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Bassano vuol dire

 





     Neri Pozza, Il battezzo di Santa Lucilla (1572)

In uno dei suoi numerosi racconti ispirati dai grandi personaggi dell'arte veneta del Rinascimento, Neri Pozza ricostruisce un' ipotetica visita di Paolo Veronese a Jacopo Dal Ponte a Bassano. Pozza coglie molto bene l'umanità semplice di Jacopo, ormai vecchio e quasi cieco, nel confronto con l'ambiziosa mondanità di Veronese. Il dialetto è il necessario complemento della schiettezza con cui il Bassano si confida, dicendosi non più capace e non più disposto a dipingere se non per assecondare il mero impulso della fantasia e della libertà che derivano da una vita semplice e domestica.

  

…..

A proposito della cecità di Jacopo, cito la lettera del figlio Francesco, che nel 1581 scrive a un amico parlando «dei molti travagli e l’indisposizione che ha avuto mio padre»; e afferma che «oramai non disegna più, né può operare molto con li pennelli sia per la vista, come per essere anche di molti anni.»

 

  

D’improvviso gli venne in mente il Bassano. Che cosa voleva? Ci pensava adesso, inquieto per quella chiamata che gli era parsa, in un primo tempo, così naturale. Non riusciva a immaginarlo. La luce spanta dagli ulivi sulle colline di Marostica lo fece trasalire. Di là dalle macchie marezzate sulla terra scura si alzava il Grappa fumante e azzurro, venato di ombrie; e i pennacchi delle nuvole si screziavano di bianco.

« Ti faccio smontare al Piazzotto del Sal? » domandò il frate. « Io ci tornerò verso il tramonto. Ma, se cambi idea, mandami al convento un avviso per qualche ragazzo. »

« State sicuro, ci troveremo al tramonto. »

La carrozza, rallentata la corsa, era montata sul lungo ponte coperto, rotolava sul tavolato con un cupo rimbombo.

Una folata d’aria fredda saliva dal Brenta. L’acqua che correva sul fondo di sassi, schiumando e scrosciando, pareva uscita dal fianco della montagna, poco più in là della curva scura e selvosa. Le mura della città erano coperte di edere viola.

Dopo il ponte e la corta salita, i cavalli si erano fermati. Paolo, smontato dalla carrozza, era rimasto in piedi fra la gente a guardare la casa frescata in fondo al Piazzotto. I facchini, che caricavano e scaricavano sacchi di grano, seguivano con gli occhi le mosse del foresto. Alcuni ragazzi gli erano corsi attorno.

« Ehi, » disse Paolo cavando di tasca una monetina « chi di voi mi insegna dove sta di casa il pittore Da Ponte? »

« È mio padre » gli rispose un bamboccio.

« E come ti chiami? »

« Mòmolo. »

« Andiamo, allora. »

Il ragazzo che correva per la discesa si fermò a un cancello di vecchi pali e fece passare il visitatore in un piccolo orto. Nell’aria c’era odor di fuoco e di intingolo, che diventava sempre più forte man mano che si approssimavano alla porta. Mòmolo la spalancò con uno spintone.

La grande cucina con le pareti coperte di rami lustri, di alzate, di credenze, di cassoni bassi, era dominata da un focolare imponente. Affondati nella cenere, tra poca brace, c’erano alcuni tegami coperti. L’acquaio coi secchi grondanti e la cazza bagnata, era sovrastato da una grossa mensola stipata di pentole, di marmitte e di vasi. Sulla credenza, tra quattro candelieri, una piccola pittura affumicata con gli animali dell’Arca e la nave con gli sportelli aperti.

Un vecchio era comparso da un usciolo, agitando le mani.

« Paolo, caro, come son contento... »

« Bondì, Jacopo, come state? »

« Come vuole il Signore. Venite, venite, poi arriverà anche la Bettina, arriveranno i fioli. Vado avanti. » E, fatta strada per un corridoio, aperse la porta dello studio.

Lo stanzone imbiancato a calce prendeva luce dalla parte del Brenta. Dirimpetto alle finestre, giù, dove l’acqua s’ingorgava lungo i casoni bassi, le ruote dei mulini giravano schiumando; e si vedevano correre sulle piazzole file di ometti vestiti di cenci, via per le stradine, dentro le porte dei magazzini. Una barca legata calava la bilancia, pescava in un fondale scuro. Più a nord, nell’arenile, le lavandare battevano i panni sui lavelli affondati nella corrente.

« Sedete qua, sarete straco » disse Jacopo spingendo verso l’ospite un caregone.

« Non vi disturbate, grazie. Che bella vista da questa parte! » e si era voltato notando i quadri sui cavalletti. « Guardo un poco le vostre pitture, se non vi dispiace. Non sono qua anche per questo? »

« Guardate con vostro comodo, me farà piaçer sentire una vostra parola. Questa Pentecoste me ga fato sospirare. »

Gli occhi di Paolo, scivolati dai teleri, sbirciavano sui muri dello studio le reste delle cipolle dalla scorza rosata, gli agli secchi, i mazzi delle pannocchie accartocciate. Un gran gufo impagliato stava ritto sulla sua stampella. Due fascetti di spighe legate con un vimine erano appese sulla porta.

« Pensavo alla luce dello Spirito santo » sussurrava Jacopo senza accorgersi che quello era distratto.

Sopra la mensola, coi vasi dei colori e le bottigliette delle resine e delle essenze, c’erano altri ramaioli, pirofile, vasi e cùccume, e una corona di peperoncini di un rosso aranciato. Un cagnetto moro, uscito da una cesta, trotterellava verso Jacopo. Paolo si era alzato dal caregone per avvicinarsi a una piccola pittura.

« È il battezzo di santa Lucilla, » mormorò Jacopo alle sue spalle « ci sto lavorando. »

Colpito dalla luce che usciva dalla figura inginocchiata Paolo non riusciva a parlare. Girò gli occhi alla Pentecoste. Jacopo, per aiutare la visione dell’amico, mormorava: « La mattina che mia figlioccia Lissandra ga fato la prima comunion... »

Paolo non ascoltava. La luce bianca del mantò, schizzato in punta di pennello all’improvviso, lo confondeva; e gli pareva che mai, nemmeno Tiziano avesse dipinto un abito così spiritato di lampi, come bagnato nell’acqua che correva sotto le finestre dello studio.

« Ma perché, Jacopo, » domandò Paolo « perché fate queste bellezze che le vedono soltanto qua a Bassan, e non venite a pitturare a Venezia? »

« Oh, Venezia, così tardi! e po’, in questi tempi calamitosi, dove staría meglio che qua, signor de mi, coi miei fioli, la mia dona, libero dal bisogno? »

Paolo lo guardava; e gli pareva, tra i capelli bianchi e la barba, le ciglia arruffate e gli occhi biavi, di vederlo per la prima volta.

« Sto ben qua, con le mie bestiole, » disse Jacopo con voce grave e piena « credíme Paolo, el mondo noi xe solo Venezia. Ghe son sta da giovinotto e me pareva sempre de essere un foresto. Là se contrasta, bisogna stare coi signori, coi preti; e inchinarse ai letterati, parlar fino, contar storie, far bufonerie. E po’, schivar le trappole dei concorrenti, andare in società ben vestío. No’ go nessun gusto a lusingar le done, arrivare primo no’ conta gnente. Mi vojo pitturare come che me piaxe a mi. »

« Diavolo, anche mi pitturo de mia testa, e per questo i me ciama! » aveva detto Paolo.

« I ga ragion de ciamarve, vu si bravo. Quanto me son goduo le vostre pitture de san Bastian. La gente che le vede, capisse subito la belezza, el color, la luxe grande. Che bel mondo, che fantasia da paron! Mi, inveçe, fazzo fadiga a pitturare, continuo a pensare e vien tutto storto e pien de sbagli. »

Parlava e camminava a piccoli passi malsicuri per lo stanzone, allungando le mani qua e là come dovesse difendersi da ostacoli imprevedibili.

« Paolo, » diceva Jacopo « scrivendove de vegner a trovarme, me gera vegnuo un pensiero. El nodaro Cogòli, el mio amico Marcantonio, degna persona, vole avere una paleta coi re Magi pel so altarolo dela santa Spina a santa Corona. Xe oramai due ani che ‘1 me sidia perché ghe firma el contrato. Lo go mandà tanto per le lunghe che no’ me xe più posibile contarghe càbale. Adesso, po’, che i Proveditori del Monte de Vicenza i vole un gran luneton coi Retori che adora la Vergene! Dovarissi darme una man, Paolo, contentano vu questo zentilomo. L’è uno che paga ben. »

« Oh, bela, e vu ve tirèu indrío? »

Jacopo lo guardava. Fece qualche passo e andandogli incontro, e mostrandogli il viso sussurrò:

« Son quasi orbo, Paolo. »

Vi fu un momento di silenzio.

« Per carità, el xe un segreto, » continuò Jacopo « se i lo savesse in paese, saría rovinà. »

Paolo lo guardava negli occhi, attratto da uno spavento oscuro.

« L’anno passà, » continuava Jacopo con voce distesa « son sta a Trento, dal Mechinz, un dotor famoso. Dopo averme speculà i oci el me ga dito che sula pupila sinistra se ga formà come ‘na pele de ovo. Un ocio xe perso. »

« Dovaressi provare a Venezia, » disse Paolo « sentire l’opinion del Valeriano, el xe un sapiente in fato de oci. »« Ah, sì, e1 Valeriano, lo go sentío nominare, andarò anca da lu, » rispose Jacopo soprapensiero « ma intanto, deme la vostra parola de fare questa paleta coi re Magi. »

« Se il vostro amico se contenta, lo servirò con piaçere. »

« Oh, grazie, me cavè un peso. El sarà contento, el sarà fiero. Grazie, ghe scrivarò ‘sta setimana. »

« Consiglièlo de çercarme al convento de Monte Bérico. »

Paolo provava ora, e non sapeva spiegarselo, un’ammirazione confusa per il vecchio infermo. E non sapeva se fosse per la calma paziente, per la semplicità con cui aveva parlato della propria disgrazia o non piuttosto per il deliberato coraggio di starsene lontano dalle glorie di Venezia. Non aveva avidità, non desiderava onori, non si preoccupava delle rendite. Non intrigava coi letterati. Gli premeva solo dipingere di fantasia, senza intromissioni di committenti. E lui, che aveva risposto: ‘Anch’io dipingo di mia testa,’ quante volte lo aveva fatto per piacere agli altri ed esserne lusingato? O per essere invitato a casa Contarini, al banchetto della Sensa dai Malipiero, le orecchie da massaro, pronto fra un discorso e l’altro a piazzare l’offerta?

Jacopo se lo figurava adesso in mezzo ai parroci e ai boari di Bassano. Che glie ne importa, pensava, delle lodi? Gli importano i quadri. Farà stendardi, dipingerà ceri pasquali, tabelle, diplomi per accontentare tutti. Infine, ecco la pala per la parrocchiale di un paesetto perso in campagna, con quei colori mai visti, il raso dell’abito della ragazza che fa la prima comunione, le lacche dei soppanni, degli zendàli, degli scialli e perfino il pelo candido del cagnetto e la lana delle pecore, e i lampi nel cielo burrascoso e già bagnato dalla pioggia.

Come in una piccola tela, Jacopo si era messo nella luce giusta. Là poteva aspettare il buio senza spavento.

 

 

Poco più tardi, tra i ragazzi e Bettina, aveva mangiato d’appetito; ma non riusciva a discorrere svelto, non ascoltava le chiacchiere cortesi della donna che voleva sentire le novità del gran mondo veneziano. Con Jacopo parlarono della morte del Barbaro e della villa di Maser. Divagavano stonando ogni tanto, botte e risposte sommesse.

Anche più tardi, sotto al pergolato dell’orto, i discorsi si erano trascinati senza costrutto. Paolo aveva gli occhi puntati in quelli di Jacopo, era stralunato dal suo sorriso pacifico, dalla voce mite e serena. Così quando arrivati alle ultime cortesie Paolo disse che lo zio priore lo aspettava con la carrozza al Piazzotto del Sal, il desiderio dell’ospite venne accolto con riguardosa premura.

L’aria s’era fatta pungente. Nel Piazzotto deserto la carrozza con lo zio priore lo aspettava davvero. Rotolò per la discesa, e superato il ponte, i cavalli si misero al trotto.

« Bella giornata » disse Paolo.

Il priore sorrideva. Aperto il solito offiziolo e fattosi il segno della croce s’era sprofondato nella lettura.

« Un grand’uomo Jacopo, modesto, riservato »

continuava il pittore.

« Il padre Gaetano, che lo conosce bene, dice che è pieno di idee confuse, » sussurrò il frate « oramai non legge che la Bibbia. »Silenzio.

« Si era offerto al convento di fare alcune storie di Tobia con l’Angelo, » seguitava « credo anzi che le avrebbe donate. Ma non servivano a nessuna devozione. A proposito, che cosa voleva da te? »

Paolo rispose senza esitare: « Vorrebbe mandarmi a Venezia il figlio Francesco, con la scusa di fargli cambiare aria. È un giovane strano, malinconico. »

« E tu, che cosa gli hai risposto? »

«Che mi lasci il tempo di pensarci. Deciderò appena tornato a Venezia. »

 

(da Neri Pozza, Processo per eresia, Firenze, Vallecchi, 1970, pp. 144-151)

 

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Ultimo aggiornamento:   02-10-10