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DAL PONTE


 

“dormendo naviga senza dondolare al suo porto”

(M. Luzi, Canto notturno per le ragazze fiorentine)

 

 

La ruota zigrinata del risveglio

quando stride con la voce dei figli

con le porte che si aprono e grattano

il pavimento: crepitano le persiane,

sbottano gli sciacquoni, si libera

la casa dalle ombre di un’origine

incerta del ricordo, per l’inizio

di questo diverso giorno. La ruota

rimasta sola (o era già un sogno?)

di un mulino che più non macinava,¹

l’odore squallido di conceria

-vicino casa? portato dal fiume?-

la fruttivendola sull’impiantito

di assi d’abete, alta nelle intemperie

per il miglior effluvio degli agrumi,

per la quintessenza delle banane.

La sequenza, che vorticosamente

mi stordisce, di un altro inizio,

con gli sbruffi di un bambino che ride

dal piatto, seduto sugli scalini

mentre sua madre mescola la fame

con il gioco. Quando la pioggia inonda

l’angiporto, stretto tra la barriera

di una villa antica e le case

di lungobrenta, dove la luce è

uno sfacelo di muri stremati

e di tetti: gli sgrondi accestiscono

nella polvere d’asfalto, nell’acqua

che cresce e che porta via le foglie

morte, le risciacquature, le briciole.

Sotto coperta –nel ponte di legno

nella tolda di una nave- respira

profondo un mondo leggero, fatto

di niente. Nuvole bianche scorrono

nel primo televisore, col fumo

di un conclave e, già guasto, il primo sogno

scompare in un formicolio. La prima

bicicletta sparata nel vicolo

in discesa, rossa nella caduta,

con la prima fumata di dolore

-ma cos’era?- nel giugno sessantatré.

La Lambretta azzurra e bianca nell’andito

respirava, mordeva il silenzio

come un freno, nel buio, sotto un telo

di protezione. Le finestre vacue,

la bocca annoiata di catapecchia,

oltre il cortile era uno scheletro

-una vegliarda con la reticella-

fatiscente, con la bilancia in mano.

Fisso nell’intonaco camminava,

con la febbre con il sonno, un uomo

calcinato, che cercava nel bianco

una donna una nave un mare.

Non risalivano ancora i gabbiani

dalla foce. Il vento dominava

lo stretto attraversamento. La gente

passava con la mano sulla bocca.

Schiumavano le cateratte a monte,

paravano il gelo: tetti sbrecciati

come da bombardamenti, muri

combattuti, con le ferite di antiche

cannonate, cicatrici esibite

con noncuranza, con una punta

d’orgoglio.6 Immersi nella corrente

scendevano gli occhi, s’arrotondavano

i sassi, si affilavano i pensieri

a pelo d’acqua, lanciati dall’arco

delle lavandare mezzo interrato

tra gli scoli. Gigantesche immagini

riflesse su una pellicola appena

evidente, nate con la memoria:

capanne in riva al fiume, panni stesi

ai piedi di una croce, un garzone

in una bottega di falegname

che lavora con la sega a telaio

uguale a quella di mio padre

(una pala di Iacopo senza ponte

e un affresco piuttosto demodé…).

Alto come un fantasma, io vedevo

insinuarsi il fiume nella lieve

foschia, sgocciolare di riflessi

il sole dentro la pianura. Ali

di balestrucci alzavano pensieri

dall’acqua. Stordivano di farniente

i giorni infiniti, quando solcavano

vele dall’ombra. Un’arca leggera

teneva la terra come una cosa

dentro una verità. La balaustra

prillava sopra le montagne aperte

alla corrente. Varcavano i rostri

senza dolore nella memoria

intera. Senza voce si levava

una ciurma in coperta e transitava,

scheletri si affacciavano a uno specchio

vibrante. Io vedevo le parole

e le figure spiccarsi dai salici

per pescare più dentro, nella mente.

Alberi recavano fiori come

offerte, chiome-ombre nascondevano

gli impiccati-ubriachi nel letto torbido

della Brenta sul ponte nudo in certe

ore di nebbia e di visioni vere

un equipaggio trentuno uomini

vivi e nessun sospiro nessun gemito

con un tonfo pesante, un grumo senza vita,

tuffati nel gorgo ad uno ad uno.

Da allora, come una quercia incagliata

nella piena, mi strappa questo fiume

i capelli i piedi. Ogni volta che ho

cercato di andare –che sono andato-

un’apprensione, un margine dentro

è passato: l’anima sulla soglia,

il percorso della pioggia; quel treno

sudato, gli attraversamenti a nord

della notte, la linea del dolore,

col corpo teso in un sogno. Già tronco

di follia mi sento, abbandonato

alle fragili dune, al deserto

del mare, e nella sabbia mi aspettano

l’annegato, il pazzo, la mia famiglia.

 

 

     1 La "memoria grigia" e l'immaginazione fondono insieme la suggestione dei mulini, che in un tempo remoto costeggiavano il Brenta, con la ruota idraulica di un maglio, quella sì ancora presente nell'epoca della mia infanzia.

     2 La fruttivendola era Maria Tassotti, se ricordo bene.

     3 Il vicolo è via Volpato, detta contrà delle Barchette.

     4 Il conclave del 1963, che elesse papa Paolo VI, è legato, nel ricordo, all'arrivo a casa mia del televisore, subito guasto, purtroppo, cosicché il fumo del Conclave si fondeva col formicolío dei pixel.

     5 La Lambretta su cui salivamo in quattro, i miei genitori mia sorella e io.

     6 Le ferite delle cannonate sono i segni, lasciati dalla battaglia dell' 8 settembre 1796 tra Napoleone e gli Austriaci, tuttora visibili dal ponte degli Alpini sulle case che si affacciano al Brenta dalla parte di Bassano.

     7 Anche in questo caso la memoria fonde e trasfigura immagini viste nella chiesa che allora frequentavo. Come è noto, non ci sono rimasti dipinti di Iacopo Dal Ponte in cui compaia il ponte di Bassano.

     8 L'allusione è ai 31 martiri impiccati dai nazi-fascisti a Bassano, dopo il rastrellamento sul Grappa, il 26 settembre 1944.

 

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Ultimo aggiornamento:  09-01-09