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Bassanoinpoesia by alessandromorian |
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DAL PONTE “dormendo naviga senza dondolare al suo porto” (M. Luzi, Canto notturno per le ragazze fiorentine)
La ruota zigrinata del risveglio quando stride con la voce dei figli con le porte che si aprono e grattano il pavimento: crepitano le persiane, sbottano gli sciacquoni, si libera la casa dalle ombre di un’origine incerta del ricordo, per l’inizio di questo diverso giorno. La ruota rimasta sola (o era già un sogno?) di un mulino che più non macinava,¹ l’odore squallido di conceria -vicino casa? portato dal fiume?- la fruttivendola sull’impiantito di assi d’abete, alta nelle intemperie per il miglior effluvio degli agrumi, per la quintessenza delle banane. La sequenza, che vorticosamente mi stordisce, di un altro inizio, con gli sbruffi di un bambino che ride dal piatto, seduto sugli scalini mentre sua madre mescola la fame con il gioco. Quando la pioggia inonda l’angiporto, stretto tra la barriera di una villa antica e le case di lungobrenta, dove la luce è uno sfacelo di muri stremati e di tetti: gli sgrondi accestiscono nella polvere d’asfalto, nell’acqua che cresce e che porta via le foglie morte, le risciacquature, le briciole. Sotto coperta –nel ponte di legno nella tolda di una nave- respira profondo un mondo leggero, fatto di niente. Nuvole bianche scorrono nel primo televisore, col fumo di un conclave e, già guasto, il primo sogno scompare in un formicolio. La prima bicicletta sparata nel vicolo in discesa, rossa nella caduta, con la prima fumata di dolore -ma cos’era?- nel giugno sessantatré. La Lambretta azzurra e bianca nell’andito respirava, mordeva il silenzio come un freno, nel buio, sotto un telo di protezione. Le finestre vacue, la bocca annoiata di catapecchia, oltre il cortile era uno scheletro -una vegliarda con la reticella- fatiscente, con la bilancia in mano. Fisso nell’intonaco camminava, con la febbre con il sonno, un uomo calcinato, che cercava nel bianco una donna una nave un mare. Non risalivano ancora i gabbiani dalla foce. Il vento dominava lo stretto attraversamento. La gente passava con la mano sulla bocca. Schiumavano le cateratte a monte, paravano il gelo: tetti sbrecciati come da bombardamenti, muri combattuti, con le ferite di antiche cannonate, cicatrici esibite con noncuranza, con una punta d’orgoglio.6 Immersi nella corrente scendevano gli occhi, s’arrotondavano i sassi, si affilavano i pensieri a pelo d’acqua, lanciati dall’arco delle lavandare mezzo interrato tra gli scoli. Gigantesche immagini riflesse su una pellicola appena evidente, nate con la memoria: capanne in riva al fiume, panni stesi ai piedi di una croce, un garzone in una bottega di falegname che lavora con la sega a telaio uguale a quella di mio padre (una pala di Iacopo senza ponte e un affresco piuttosto demodé…). Alto come un fantasma, io vedevo insinuarsi il fiume nella lieve foschia, sgocciolare di riflessi il sole dentro la pianura. Ali di balestrucci alzavano pensieri dall’acqua. Stordivano di farniente i giorni infiniti, quando solcavano vele dall’ombra. Un’arca leggera teneva la terra come una cosa dentro una verità. La balaustra prillava sopra le montagne aperte alla corrente. Varcavano i rostri senza dolore nella memoria intera. Senza voce si levava una ciurma in coperta e transitava, scheletri si affacciavano a uno specchio vibrante. Io vedevo le parole e le figure spiccarsi dai salici per pescare più dentro, nella mente. Alberi recavano fiori come offerte, chiome-ombre nascondevano gli impiccati-ubriachi nel letto torbido della Brenta sul ponte nudo in certe ore di nebbia e di visioni vere un equipaggio trentuno uomini vivi e nessun sospiro nessun gemito con un tonfo pesante, un grumo senza vita, tuffati nel gorgo ad uno ad uno. Da allora, come una quercia incagliata nella piena, mi strappa questo fiume i capelli i piedi. Ogni volta che ho cercato di andare –che sono andato- un’apprensione, un margine dentro è passato: l’anima sulla soglia, il percorso della pioggia; quel treno sudato, gli attraversamenti a nord della notte, la linea del dolore, col corpo teso in un sogno. Già tronco di follia mi sento, abbandonato alle fragili dune, al deserto del mare, e nella sabbia mi aspettano l’annegato, il pazzo, la mia famiglia.
1 La "memoria grigia" e l'immaginazione fondono insieme la suggestione dei mulini, che in un tempo remoto costeggiavano il Brenta, con la ruota idraulica di un maglio, quella sì ancora presente nell'epoca della mia infanzia. 2 La fruttivendola era Maria Tassotti, se ricordo bene. 3 Il vicolo è via Volpato, detta contrà delle Barchette. 4 Il conclave del 1963, che elesse papa Paolo VI, è legato, nel ricordo, all'arrivo a casa mia del televisore, subito guasto, purtroppo, cosicché il fumo del Conclave si fondeva col formicolío dei pixel. 5 La Lambretta su cui salivamo in quattro, i miei genitori mia sorella e io. 6 Le ferite delle cannonate sono i segni, lasciati dalla battaglia dell' 8 settembre 1796 tra Napoleone e gli Austriaci, tuttora visibili dal ponte degli Alpini sulle case che si affacciano al Brenta dalla parte di Bassano. 7 Anche in questo caso la memoria fonde e trasfigura immagini viste nella chiesa che allora frequentavo. Come è noto, non ci sono rimasti dipinti di Iacopo Dal Ponte in cui compaia il ponte di Bassano. 8 L'allusione è ai 31 martiri impiccati dai nazi-fascisti a Bassano, dopo il rastrellamento sul Grappa, il 26 settembre 1944.
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Ultimo aggiornamento: 09-01-09