Qui dove dorme il
Folengo il convento è una rotta
bicocca con tabacco legato in pacchi di
foglie
e
nella chiesa sconsacrata starnuto tra nuvolette di polvere
o
forse è colpa del gelo, della neve che imbianca la costa
lasciando nera la rupe.
Silenzio di vecchie tombe,
incenso del ‘500 rappreso alle travi,
tramontana che trapassa il saio dei
frati defunti esponendoli ai rigori del tempo.
E la bella
Cipàda? Dove sono finiti i suoi stormi, i suoi variegati
clamori?
Per quel poco che ricordo
gl’inverni laggiù avevano del fumo
azzurro ai camini
e
un poco di sole bastava perché sotto il ghiaccio si svegliassero
le salamandre.
Fisso nella penombra gli occhi
del topo di chiavica che sale traballando
dagl’inferi
e
« dimmi
» gli
chiedo «
di frate Teofilo, se ha trovato pace laggiù nella casa dei morti
».
Santa ingenuità. Ci vuoi altra
scintilla per rompere il muro di sorda materia contro
cui la parola
sgrigiolando si spegne:
esametri sonori, espressioni di
plebe sposate a una lingua sublime (come il latino)
e
la grassa fratesca risata che compromette il Capitolo.
Solo l’eresia ha una lingua
così chiara che la intendono anche i
bambini
ma
si copre le spalle con qualche vetusto terrore (come il latino)
per imitare l’orco e le fate.
Un continente è nato su
strati di lava sgorgata da un camino di glosse
sapienti
per
la collera stolta di qualche Zambello
convinto mangiatore di merda,
e
io la mia lingua grigia per quali inverni la serbo, per quale
corsa sul ghiaccio coi pattini?
Fiii!
non riesco più nemmeno a fischiare
ingoiando due dita per un fischio d’appello
e
— a un
chilometro forse
— stanno
uccidendo il maiale e il suo grido arriva fin qua
in tempo d’Avvento, promessa di
sontuose salsicce a Natale.
Fammi
arrivare, frate,
post
Ganger, Mardach,
Nitron, post
Napsu vel
Albar, post Pu,
Giràpiron,
Licomedon, Ilfil,
Oriza,
fammi
arrivare alla pura sostanza, al
verbitrium lapidem
dei filosofi antichi
e
alla semplicità nella neve della tua sepoltura.