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Bassano vuol dire

 



George Sand, Lettere di un viaggiatore

Questa lunga lettera è indirizzata allo scrittore Alfred de Musset ed è stata pubblicata per la prima volta sulla Revue des Deux Mondes del 15 maggio 1834. Non mi risulta che ne sia mai stata fatta una traduzione italiana. È la relazione del viaggio compiuto, in parte accompagnata dal medico veneziano Pietro Pagello e in parte da sola, da Venezia a Bassano, Oliero, Possagno, Asolo, Treviso per poi rientrare a Venezia. In particolare riporto, nella mia traduzione, i passi che descrivono Bassano, Oliero, Possagno e Asolo, che costituiscono anche la maggior parte della lettera. Ci si rende facilmente conto come, nel resoconto relativo ai luoghi, la scrittrice lavori molto di fantasia, pur prendendo spunto da circostanze reali.

Venezia, 1 maggio 1834

Ero arrivata a Bassano alle nove di sera, con un tempo freddo e umido. Mi ero coricata, triste e stanca, dopo aver dato silenziosamente una stretta di mano al mio compagno di viaggio. Mi svegliai al levare del sole, e vidi dalla mia finestra i merli avvolti di edera dell'antica fortezza che domina la valle. Subito uscii per girarvi attorno e per sincerarmi del bel tempo.

Non avevo fatto cento passi che trovai il dottore seduto su una pietra a fumare con una pipa di carrubo lunga sette piedi pagata quattro soldi a un contadino. Era così contento del suo acquisto, e talmente perso dentro i nugoli del suo tabacco, che durò fatica ad accorgersi di me. Quando ebbe cacciato dalla bocca l'ultima voluta di fumo che poté strappare a quella che egli chiamava la sua pipetta, mi propose di andare a far colazione in una boutique de café presso il fossato della cittadella, in attesa che il vetturino che doveva ricondurci a Venezia avesse finito di prepararsi al viaggio. Io acconsentii.

Ti raccomando, se dovessi ripassare di qua, il caffè delle fosse, a Bassano, come una delle migliori fortune che possano capitare ad un viaggiatore annoiato dai classici capolavori dell'Italia. Ricorda che, quando partimmo dalla Francia, dicevi di non essere avido che di marmi tagliati. Tu mi chiamavi selvaggia, quando ti rispondevo che lascerei tutti i palazzi del mondo per andare a vedere una bella montagna di marmo grezzo sugli Appennini o sulle Alpi. Ricordati anche che trascorsi pochi giorni eri sazio di statue, di affreschi, di chiese e di gallerie. Il più dolce ricordo che ti è rimasto nella memoria è stato quello d’un’acqua limpida e fredda dove hai lavato la tua fronte calda e stanca in un giardino di Genova. Il fatto è che le creazioni dell’arte parlano solo allo spirito, e che lo spettacolo della natura parla a tutti i sensi. Esso ci penetra in tutti i pori come in tutte le idee. Al sentimento tutto intellettuale dell’ammirazione, l’aspetto del paesaggio aggiunge il piacere sensuale. La freschezza delle acque, i profumi delle piante, le armonie del vento circolano nel sangue e nei nervi, allo stesso tempo che la brillantezza dei colori e la bellezza delle forme s’insinuano nell’immaginazione. Questo sentimento di piacere e di benessere è apprezzabile da tutti gli esseri, anche dai più rozzi; gli animali lo provano fino ad un certo punto. Ma esso non procura agli esseri elevati che un piacere di transizione, un gradevole riposo dopo le funzioni più energiche del pensiero. Agli spiriti grandi è necessario il mondo intero, l’opera di Dio e le opere dell’uomo. La fontana d’acqua pura t’invita e t’incanta; ma tu non puoi dormire che un istante. Bisognerà che tu esaurisca Michelangelo e Raffaello prima di arrestarti di nuovo sul ciglio della strada; e quando avrai lavato la polvere del viaggio nell’acqua della sorgente, ripartirai dicendo: «Vediamo che cosa c’è ancora sotto il sole.»

Agli spiriti mediocri e pigri come il mio, il versante di un fossato basterebbe per dormire tutta una vita, se fosse concesso di fare questo duro e arido viaggio addormentati o in sogno. Ma almeno bisognerebbe che questo fossato fosse sul genere di quello di Bassano, cioè alto cento piedi sopra una valle deliziosa, e che ci si potesse fare colazione tutte le mattine su un tappeto d’erba disseminato di primule, con del caffè eccellente, burro di montagna e pane all’anice.

È a una tale colazione che io t’invito quando avrai tempo per apprezzare il riposo. In quel tempo tu saprai tutto; la vita non avrà più segreti per te. I tuoi capelli cominceranno ad diventare grigi, i miei avranno finito d’incanutire; ma la vallata di Bassano sarà sempre così bella, la neve delle Alpi così pura; e la nostra amicizia?... – Confido nel tuo cuore, e contraccambio col mio.

La campagna non era ancora in tutto il suo splendore, i prati erano d’un verde languente tendente al giallo, e le foglie gemmavano appena sugli alberi. Ma i mandorli e i peschi in fiore inframmezzavano qui e là le loro ghirlande rosa e bianche alle masse cupe dei cipressi. In mezzo a quel giardino immenso, la Brenta scorreva rapida e silenziosa su un letto di sabbia, tra quelle due larghe sponde di ciottoli e detriti di rocce che essa strappa dal seno delle Alpi, e nelle quali essa solca la pianura nei suoi giorni di collera. Un semicerchio di colline fertili, coperte di quei lunghi rami di vite nodosa che si appendono a tutti gli alberi delle Venezie, faceva una prima cornice al quadro, e i monti nevosi, scintillanti ai primi raggi del sole, formavano al di là una seconda bordura immensa, che si distaccava come un ritaglio d’argento sul blu solido dell’aria.

Vorrei farvi osservare, mi disse il dottore, che il vostro caffè si raffredda e che il vetturino ci attende.

-   Ah così, dottore, gli risposi, voi credete che io voglia tornare adesso a Venezia?

-   Diavolo! riprese lui con aria preoccupata.

Che avete da dire? aggiunsi. Mi avete condotto qui per vedere le Alpi, apparentemente, e quando vi metto piede, voi vi immaginate che io voglia ritornare alla vostra città paludosa?

Bah! ho scalato le Alpi più di venti volte! disse il dottore.

- Non è assolutamente lo stesso piacere per me sapere che voi l’avete fatto e farlo io stessa, risposi.

- Sì! continuò lui senza ascoltarmi; sapete che ai miei tempi sono stato un celebre cacciatore di camosci! Senta, vede quella breccia lassù? E quel picco laggiù? S’immagini che un giorno…

- Basta, basta, dottore, questo me lo racconterà a Venezia una sera d’estate che noi fumeremo una pipa gigantesca sotto le tende di piazza San Marco con i suoi amici Turchi. È gente troppo seria per interrompere un narratore, qualunque sublime impertinenza egli racconti: e non c’è pericolo che dia il minimo segno d’impazienza o d’incredulità prima della fine del suo racconto, durasse anche tre giorni e tre notti. Per oggi, voglio seguire il suo esempio salendo su quel picco lassù e discendendo per quella breccia laggiù…

- Lei! disse il dottore gettando un’occhiata di disprezzo sul mio corpo gracile.

[…]

 

Il dottore Pietro Pagello non vorrebbe consentire a George Sand di proseguire il viaggio da sola verso nord, lungo la Valbrenta, poiché ha promesso di guidarla e di riportarla sana e salva a Venezia. Ma le insistenze di lei sono tali e tante che alla fine acconsente e le dà appuntamento per il fine settimana, il sabato sera, a Mestre, per il rientro in laguna.

 

Camminai dunque tutta quella mattina sulla strada per Trento, risalendo il corso della Brenta. Quella gola è disseminata di villaggi adagiati sull’una e sull’altra riva del torrente e di casupole sparse sul fianco delle montagne. Tutta la parte inferiore della valletta è minuziosamente coltivata. Più in alto s’estendono ampi pascoli dei quali è la natura stessa a prendersi cura. Poi una parete di roccia brulla si eleva fino alle nuvole, e la neve si stende in cima come un mantello.

  Non essendo ancora avvenuto lo scioglimento di quelle nevi, la Brenta era tranquilla e scorreva nel suo letto angusto. Le sue acque, intorbidite e avvelenate per quattro anni dalla decomposizione di una roccia, hanno riacquistato tutta la loro limpidezza. Greggi di bambini e di agnelli giocavano alla rinfusa sulle sue rive, all’ombra dei ciliegi in fiore. Questa stagione è deliziosa per viaggiare in questi luoghi. La campagna è un frutteto continuo, e se la vegetazione non ha ancora tutto il suo splendore, se il verde manca nei quadri, in compenso la neve li corona d’un’aureola splendente, e si può camminare un giorno intero tra due siepi di biancospino e di pruni selvatici senza incontrare un solo inglese.[1]

[…] 

 

Segue una “tirata” mitopoietica sul Tirolo, paese di sogni e incantesimi, paradiso perduto della fantasia e della memoria, dove la scrittrice vorrebbe arrivare, spinta dalla suggestione delle acque, delle nevi e delle montagne della Valbrenta, “per speculum et in aenigmate” anticipazione di quelle perfette e assolute di quel luogo, e di quel nome, di quel tutto. Ma, come vedremo, dovrà accontentarsi di arrivare ad Oliero, per poi ritornare sui suoi passi.

 

Arrivai a Oliero verso le quattro di pomeriggio, dopo aver fatto sedici miglia a piedi in dieci ore, che, per un ragazzo della mia corporatura, erano una giornata un po’ gagliarda. Avevo ancora un po’ di febbre e sentivo un calore opprimente nel cervello. Mi distesi sul tappeto erboso all’entrata della grotta e mi addormentai. Ma l’abbaiare di un grande cane nero, al quale faticai a far intendere ragione, mi risvegliò presto. Il sole era sceso dietro le cime dei monti, l’aria diventava tiepida e soave. Il cielo, infiammato dai più ricchi colori, tingeva la neve di un riflesso color di rosa. Quell’ora di sonno era bastata a farmi un bene estremo. I miei piedi si erano sgonfiati, la mia testa era libera. Mi misi ad esaminare il posto dov’ero; era il paradiso terrestre, era l’assemblaggio delle più leggiadre e delle più imponenti bellezze naturali. Ci verremo insieme, lasciamelo sperare.

  Quando ebbi dato una scorsa a quel luogo incantato con la gioia di un conquistatore, tornai a sedermi nel posto dove avevo dormito, per assaporare il piacere della mia scoperta. Erravo da due giorni per quelle montagne, senza aver potuto trovare una di quelle località di mio pieno gradimento che abbondano sui Pirenei e che sono rare in questa parte delle Alpi. M’ero spellata le mani e le ginocchia per arrivare a solitudini che avevano ciascuna le proprie bellezze, ma delle quali nemmeno una aveva il carattere che desideravo avesse in quel momento. L’una mi sembrava troppo selvaggia, l’altra troppo campestre. In quella ero troppo triste; nell’altra soffrivo di freddo; una terza mi annoiava. È difficile trovare la natura esterna in armonia con la disposizione dello spirito. Generalmente l’aspetto dei luoghi trionfa su questa disposizione e apporta all’anima nuove impressioni. Ma se l’anima è malata, essa resiste al potere del tempo e dei luoghi; essa si rivolta contro l’azione delle cose estranee alla sua sofferenza, e s’irrita di trovarle discordanti da essa.

  Ero esausta di fatica all’arrivo ad Oliero e forse per questo ero disposta a lasciarmi condurre dalle mie sensazioni. È certo che là ho potuto infine abbandonarmi a quella contemplazione svogliata che il minimo disturbo del benessere fisico distoglie imperiosamente. Figurati uno spigolo della montagna coperto di boschi in fiore, nei quali si perdono sentieri in ripido pendio, tappeti erbosi dolcemente inclinati, disseminati di rododendri, di pervinche e di pratoline. Tre grotte di una meravigliosa bellezza per la forma e i colori della roccia occupano gli anfratti della gola. L’una è servita a lungo da caverna a una banda di assassini; l’altra cela un piccolo lago tenebroso che si può attraversare in battello, e sul quale pendono delle stalattiti molto belle. Ma questa è una di quelle curiosità che hanno il torto di alimentare l’inutile e insopportabile professione del turista. Mi sembrava già di veder arrivare, malgrado la neve che ricopre le Alpi, quelle figure insipide e monotone che ogni estate riporta e fa penetrare fin dentro alle più sacre solitudini; vera piaga della nostra generazione, che ha giurato di snaturare con la sua presenza la fisionomia di tutte le contrade del globo, e di avvelenare tutte le delizie dei passeggiatori contemplativi per la loro oziosa inquietudine e per le loro stupide questioni.

  Sono tornata alla terza grotta, quella che attira di meno l’attenzione dei curiosi, e quella più bella. Essa non offre né memorie drammatiche né rarità mineralogiche. Si tratta di una sorgente di sessanta piedi di profondità, che copre una volta di roccia aperta sul più bel giardino naturale della terra. Su ciascun lato si stringevano dei monticelli con un leggiadro susseguirsi e con una ricca vegetazione.

  Davanti alla grotta, in fondo ad una prospettiva di fiori e di tenue verdura, gettato come un immenso mazzo che la mano delle fate avesse sciolto e scrollato sul fianco delle montagne, s’eleva un gigante sublime, una roccia perpendicolare, tagliata dai secoli e dalle tempeste a forma di cittadella fiancheggiata dalle sue torri e dai suoi bastioni. Questo castello magico, che si perde tra le nuvole, corona il quadro fresco e grazioso del primo piano di una selvaggia imponenza. Contemplare quel picco terribile dal fondo della grotta, in riva alla sorgente, con i piedi su un tappeto di violette, tra la frescura sotterranea della roccia e l’aria calda della valletta, è un benessere, è una gioia che avrei voluto prelevare per inviartela.

  Rocce sparse nell’acqua si protendono fino al centro della grotta. Io pervenni all’ultima e mi sporsi su quello specchio della sorgente, trasparente e immobile come un blocco di smeraldo. Vidi in fondo una figura pallida la cui tranquillità mi fece paura. Cercai di sorriderle, ed essa ricambiò il mio sorriso con tanto di freddezza e d’amarezza che mi vennero le lacrime agli occhi e che mi rialzai per non vederla più. Rimasi ritta sulla roccia, con le braccia incrociate. Il freddo mi prendeva poco a poco. Mi sembrava di pietrificarmi anch’io. Mi tornò alla memoria non so quale frammento di un libro inedito. «Anche tu, vecchio Jacques, sei stato un marmo solido e puro, e sei uscito dalla mano di Dio, fiero e senza macchia come una nuova statua esce tutta bianca dall’atelier e sale sul suo piedistallo con aria orgogliosa. Ma eccoti corrodere dal tempo, come una di quelle logore figure allegoriche che si tengono ancora in piedi nei giardini abbandonati. Tu abbellisci molto bene il deserto; perché sembri annoiarti per la solitudine? Tu trovi aspro l’inverno e lungo il tempo! Ti è lento il cadere in polvere e non alzare più verso il cielo quella fronte già superba che il vento oggi offende, e sulla quale l’aria umida ammassa un muschio nero simile a un velo di lutto. Così tante tempeste hanno offuscato il tuo splendore che quelli che passano per caso ai tuoi piedi non sanno più se tu sei d’alabastro o d’argilla sotto quella fascia funebre. Resta, resta nel tuo niente, e non contare più i giorni. Tu forse durerai ancora a lungo, miserabile pietra! Ti gloriavi un tempo d’essere una materia dura e inattaccabile; adesso tu invidi la sorte della canna riarsa che si schianta nei giorni di tempesta. Ma la gelata spezza i marmi. Il freddo ti distruggerà, spera in lui.»[2]

  Uscii dalla grotta, in preda ad una spaventosa tristezza, e mi gettai più stanca di prima nel posto dove avevo dormito. Ma il cielo era così puro, l’atmosfera così benefica, la valletta così bella, la vita circolava così giovane e così vigorosa in quella ricca natura primaverile, che io mi sentii un po’ alla volta rinascere. I colori si smorzavano e i profili ripidi dei monti s’ammorbidivano nel vapore come dietro una garza bluastra. Un ultimo raggio di tramonto venne a colpire la volta della grotta e a gettare una frangia d’oro sui muschi e sulle scolopendre di cui essa era tappezzata. Il vento faceva dondolare sopra la mia testa cordoni di edera lunghi venti piedi. Una nidiata di pettirossi si appendeva cinguettando a quei festoni delicati, e si faceva cullare dalla brezza. Il torrente che si sprigionava dalla caverna baciava al suo passaggio le primule disseminate sulle sue rive. Una rondinella uscì dal fondo della grotta e attraversò il cielo. È la prima che ho visto quest’anno. Essa spiccò il suo volo magnifico verso la grande rupe all’orizzonte; ma vedendo la neve, ritornò come la colomba all’arca, e sprofondò nel suo ritiro per attendere la primavera ancora per un giorno.

  Mi preparavo quindi a cercare un alloggio per la notte; ma prima di lasciare la grotta di Oliero e la strada per il Tirolo, prima di girare la faccia verso Venezia, cercavo di riassumere i miei sentimenti.

  Ma questo non mi portò a niente. Io sentivo in me una fatica incresciosa e una forza più incresciosa ancora, nessuna speranza, nessun desiderio, una noia profonda; la facoltà di accettare tutti i beni e tutti i mali, troppo sconforto o troppa pigrizia per cercare o per evitare qualunque cosa; un corpo più duro alla fatica di quello di un bufalo; un’anima irritata, cupa e altera, con un carattere indolente, silenzioso, calmo come l’acqua di quella fonte che non ha una piega sulla superficie, ma che un grano di sabbia sconvolge.

  Io non so perché tutte le riflessioni sull’avvenire mi arrechino un umore insopportabile.

[…]

 

L’umore insopportabile è dovuto al ricordo dei giorni passati, quando a Venezia Alfred de Musset giaceva ammalato di tubercolosi, accudito dal dottore Pietro Pagello e dalla stessa George Sand. Ora De Musset si è ristabilito ed è ritornato a Parigi, e la scrittrice è in preda allo sconforto per la separazione ma anche inorridita dalla memoria dei giorni di malattia e di sofferenza.

 

Prima di coricarmi, andai a fumare il mio sigaro sulla strada per Bassano. Non mi allontanai da Oliero che di un quarto di lega e non faceva ancora notte; ma la strada era già deserta e silenziosa come a mezzanotte. Mi trovai tutto ad un tratto, io non so come, davanti ad un signore molto più ben vestito di me. Indossava un frac blu, stivali da ussaro e un berretto ungherese con una bella nappa di seta spiovente sulla spalla. Egli si mise di traverso sulla mia strada e mi rivolse la parola in un dialetto metà italiano, metà tedesco. Io credetti che egli domandasse qualche informazione sul paese, e mostrandogli il campanile che si delineava bianco sulle ombre della valle, mi limitai a rispondergli: «Oliero.» Ma egli riprese la sua arringa con un tono pietoso; io credei di capire che mi domandasse l’elemosina. Era impossibile offrire ad un mendicante così elegante meno di uno svansic, e questa generosità mi era anche impossibile, per cause di forza maggiore. Nello stesso tempo mi ricordai gli avvertimenti del dottore, e proseguii il mio commino. Ma sia che mi avesse preso per un finanziere travestito, sia che la mia camicia di cotone blu gli piacesse oltremodo, egli si ostinò a seguirmi per una cinquantina di passi continuando il suo incomprensibile discorso, che mi sembrava male accentato e che non apprezzavo affatto. Questo monsù aveva un gran bel bastone di agrifoglio in mano, e io non avevo neanche un rametto di caprifoglio. Io mi ricordavo molto bene le testuali parole del dottore: Guardatevi dal suo bastone. Ma io non mi rendevo ben conto a cosa mi potesse servire la conoscenza esatta del pericolo che correvo. Presi la decisione di cercare di pensare ad altro e di fischiettare, ripetendo da me quella frase profondamente filosofica che tu mi hai insegnato, e della quale mi hai consigliato l’impiego nelle grandi emozioni della vita: -La musica in campagna è una cosa molto gradita; le corde armoniose dell’arpa ecc.-  Gettai un’occhiata di lato e vidi il mio tedesco girare i tacchi. Siccome non avevo nessuna voglia di coltivare la sua conoscenza, continuai a camminare verso Bassano fischiettando.

  Avevo avuto una paura del diavolo. Io sono naturalmente vigliacco e imprevidente allo stesso tempo. Ciò che faceva dire al mio precettore che avevo il carattere di un merlo. Non credo al pericolo che quando lo tocco, e lo dimentico quando è passato. Non c’è uccello più stupido di me nel cadere venti volte nella stessa trappola dove è stato preso. Giro intorno e lo sfido con una leggerezza che si scambierebbe volentieri per coraggio; ma quando ci sono, non faccio una figura migliore degli altri. Lo confesso senza vergogna, perché mi sembra che un uomo alto quattro piedi e dieci pollici non sia obbligato ad avere lo stoicismo di Milone di Crotone, e perché ho ben visto dei tangheri giganteschi essere deboli almeno quanto me di fronte alla paura.

  Tornai a Oliero, e trovai a tentoni la frasca di ginepro sospesa sulla porta della mia osteria (taverna, locanda). La prima figura che scorsi sotto la cappa del camino fu quella del mio tedesco che fumava da una pipa molto discreto, e che attendeva, seguendo ogni giro di spiedo con occhio amoroso, che il quarto d’agnello ordinato per la sua cena finisse di arrostire. Vedendomi egli si alzò e mi offrì una sedia accanto a sé. Ero un po’ confuso per l’equivoco in cui ero caduto prendendo un personaggio così di rango per un ladro di strada. Ci servirono la nostra cena allo stesso tavolo: a lui il suo agnello arrostito, a me il mio formaggio di capra; a lui il vino generoso di Asolo, a me l’acqua pura del torrente. Quando egli ebbe mangiato tre bocconi, sia che egli si sentisse di poco appetito, sia che egli fosse toccato dalla grazia con la quale io mangiavo il mio pane, egli m’invitò a dividere il suo pasto, e io accettai senza cerimonie. Egli parlava allora una specie di veneziano quasi intelligibile, e mi fece dei cortesi rimproveri per il rifiuto che gli avevo fatto sulla strada di un po’ di fuoco del mio sigaro per accendere la sua pipa. Io mi diffondevo in scuse, e tentavo interiormente di infischiarmene della mia paura;  ma malgrado la sua cortesia, e forse anche a causa della sua cortesia, quel signore aveva un odore indefinibile di briccone che ricordava l’Auberge des Adrets[3] da una lega di distanza. L’oste aveva, girando attorno al tavolo, una strana maniera di guardarci alternativamente. Quando mi arrampicai verso il mio sottoscala, risoluto ad affrontare tutti i pericoli del classico taglio della gola in Italia, intesi il buonuomo che diceva al suo garzone: -Fa attenzione al Tirolese e al piccolo forestiere. (Si trattava di me.) Chiudi bene le stoviglie e porta le chiavi della biancheria sotto il mio cuscino; lega il cane alla porta del pollaio, e al minimo rumore chiamami. – Cristo, state tranquillo, rispose il garzone. Il piccolo non può muoversi che io non lo senta. Avrò la forca pronta sul mio pagliericcio, per Dio santo! che stia attento a sé, se si diverte ad uscire prima di giorno.

  Io lo tenni per certo, e dormii tranquillamente, protetto contro il furfante tirolese da quel bravo garzone montanaro che credeva di proteggere contro di me la casa del suo padrone.

  Quando mi svegliai, il tirolese aveva preso il volo da tempo, e, malgrado la sorveglianza dell’oste, del suo garzone e del suo cane, era partito senza pagare. Vi fu un po’ il problema che mi presero per suo complice e che mi volevano far pagare il suo conto. Io venni a patti, e poiché avevo mangiato con lui, pagai la metà della cena; dopo di che me ne andai attraverso le montagne.

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Io attraversai quel giorno di solitudine con incredibile malinconia. Camminai un po’ a caso cercando di seguire in qualche modo la direzione di Treviso, ma senza preoccuparmi se facevo tre volte più strada del necessario o se passavo la notte ai piedi di un ginepro. Sceglievo i sentieri più difficili e i meno frequentati. In qualche posto essi mi conducevano fino all’altezza  delle prime nevi; in altri essi s’addentravano nelle gole aride dove il piede dell’uomo sembrava non essere mai passato. Io amo quei luoghi incolti, inabitabili, che non appartengono a nessuno, cui si approda difficilmente, e dai quali sembra impossibile uscire. Mi arrestai in un tale anfiteatro di roccia, al quale non una costruzione, non un animale, non una pianta dava una fisionomia geologica. Ne aveva una terribile, austera, desolata, che non apparteneva ad alcun paese, e che poteva somigliare a tutt’altra parte del mondo rispetto all’Italia. Fermai gli occhi ai piedi di una roccia, e il mio spirito si mise a divagare. In un quarto d’ora feci il giro del mondo, e quando uscii da quel dormiveglia febbrile, mi figurai di essere in America, in una di quelle eterne solitudini che l’uomo non ha potuto ancora conquistare alla natura selvaggia. Non è possibile immaginare quanto quest’ illusione s’impadronisca di me; io mi aspettavo quasi di vedere il boa svolgere le sue spire dietro i rovi stecchiti, e il rumore del vento mi sembrava il verso delle pantere erranti tra le rocce. Io attraversai quel deserto senza incontrare alcun accidente che disturbasse  il mio sogno; ma allo svoltare della montagna trovai una piccola nicchia incavata nella roccia con la sua madonna, e il lume che la devozione dei montanari sostenta e riaccende ogni sera, fino alle solitudini più remote. C’era ai piedi dell’altare rustico un mazzo di fiori coltivati e colti di recente. Quel lume ancora fumigante, quei fiori della valle, ancora freschi, a diverse miglia sulla montagna sterile e disabitata, erano le offerte di un culto più semplice e più toccante di ogni altra cosa di questo genere che io abbia visto. In genere queste croci e queste madonne sorgono nel deserto nel luogo dove si è commesso qualche assassinio, o là dove è avvenuta, per incidente, qualche morte violenta. A due passi dalla madonna c’era un precipizio che bisognava costeggiare per uscire dalla gola. La lucerna, se non la protezione della Vergine, doveva essere molto utile ai passanti di notte.

 

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Un’idea folle, l’illusione d’un istante, un sogno che non fa che attraversare il cervello basta per sconvolgere tutta un’anima e per portare via nella sua corsa la felicità o la sofferenza di tutta una giornata. Quel viaggio in America aveva srotolato in cinque minuti un immenso avvenire davanti a me, e quando mi risvegliai su una cima delle Alpi, mi sembrò di respingere la terra con i miei piedi e di lanciarmi nell’immensità. Quelle belle pianure della Lombardia, quel mare Adriatico che fluttuava come un velo di foschia all’orizzonte, tutto ciò mi appariva come una conquista compiuta, come uno spazio già superato. Io m’immaginavo che, se volevo, sarei stato l’indomani sulla cima delle Ande. I giorni della mia vita passata si dileguavano e si confondevano in uno solo. Ieri mi sembrava riassumere perfettamente trent’anni di fatica; oggi, questa parola terribile, che nella grotta di Oliero mi aveva raffigurato la terribile immobilità della tomba, si cancellava dal libro della mia vita. Quella forza detestata, quella cupa resistenza al dolore, che mi aveva reso così triste, si fece sentire da me, attiva e violenta, dolorosa ancora, ma orgogliosa come la disperazione. L’idea di un’eterna solitudine mi fece trasalire di gioia e d’impazienza, come già un pensiero d’amore, e io sentivo la mia volontà slanciarsi verso un nuovo periodo del mio destino. – Allora è là che tu sei? mi diceva una voce interiore;bene! cammina, avanza, impara.

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Al tramontare del sole, io mi trovai in cima ad una cresta di roccia; era l’ultima delle Alpi. Ai miei piedi s’estendeva il Veneto, immenso, smagliante di luce e di vastità. Io ero uscito dalla montagna, ma verso quale punto della mia direzione? Tra la pianura ed il picco da dove io la contemplavo s’estendeva una bella valletta ovale, appoggiata da una parte sui fianchi delle Alpi, e dall’altra elevata a terrazza sopra la pianura e protetta contro i venti marini da un baluardo di fertili colline. Direttamente al di sotto di me un villaggio era disseminato in declivio in un pittoresco disordine. Questo povero borgo era coronato da un bello e vasto tempio di marmo nuovo, splendente di bianchezza e assiso con posa orgogliosa sulla groppa del monte. Io non so quale idea, quale personificazione si associasse per me a quel monumento. Aveva l’aria di contemplare l’Italia, distesa davanti a sé come una carta geografica, e di comandarla.

  Un operaio, che tagliava il marmo sulla montagna, m’informò che quella chiesa, di foggia pagana, era l’opera di Canova, e che il paese di Possagno, situato ai piedi, era la patria di questo grande scultore dei tempi moderni. –Canova era il figlio di un tagliatore di pietra, aggiunse il montanaro; era un povero operaio come me.

  Quante volte il giovane manovale che doveva diventare Canova si è seduto su quella roccia dove ora si eleva un tempio a sua memoria! Quanti sguardi ha mosso su quell’Italia che gli ha conferito tanti allori! su quel mondo, dove egli ha esercitato la placida regalità del suo genio, accanto alla terribile regalità di Napoleone! Desiderava, si aspettava la propria gloria? ci pensava solamente? Dopo aver tagliato con precisione un pezzo di roccia, sapeva che da quelle mani formate dal duro lavoro sarebbero usciti tutti gli dei dell’Olimpo e tutti i re della terra? Poteva presagire quella nuova stirpe di sovrani che andava fiorendo e domandando l’immortalità al suo scalpello?. Quando aveva degli sguardi da giovane e forse da amante per le belle montanare della sua patria, immaginava la principessa Borghese nuda davanti a lui?

  La valletta di Possagno ha la forma di una culla; è fatta a misura dell’uomo che ne è uscito. Sarebbe degna di aver servito a più di un genio, e si capisce che la sublimità dell’intelligenza si sviluppa a proprio agio in un paese così bello e sotto un cielo così puro. La limpidezza delle acque, la ricchezza del suolo, il vigore della vegetazione, la bellezza della razza in questa parte d’Italia, e la magnificenza degli aspetti lontani che la valletta domina da tutte le parti, sembrano fatti appositamente per nutrire le più alte facoltà dell’anima e per istigare alle più nobili ambizioni. Questa specie di paradiso terrestre; dove la giovinezza intellettuale può schiudersi con tutta la sua linfa primaverile, quest’orizzonte immenso che sembra invocare i passi e i pensieri dell’avvenire non sono due principali condizioni per l’ realizzazione di un grande destino?

  La vita di Canova fu feconda e generosa come il sole della sua patria. Sincero e semplice come un vero montanaro, egli amò sempre con una tenera predilezione il paese e la povera casetta dove era nato. Egli la fece molto modestamente abbellire, e vi veniva a riposarsi in autunno dalle fatiche dell’annata. Si dilettava allora a disegnare le forme erculee dei paesani e il viso veramente greco delle ragazze. Gli abitanti di Possagno dicono con orgoglio che i principali modelli della ricca collezione di opere di Canova sono usciti dalla loro valle. Basta in effetti attraversarla per ritrovarvi ad ogni passo il tipo della fredda bellezza che caratterizza la statuaria dell’impero. Il principale vantaggio di quei montanari, e precisamente quello che il marmo non ha potuto riprodurre, è la freschezza del colorito e la trasparenza della pelle. È ad esse che si può applicare senza esagerazione l’eterna metafora dei gigli e delle rose. I loro occhi hanno una limpidezza eccessiva e una sfumatura incerta, tra il verde e l’azzurro, che è caratteristica della pietra chiamata acquamarina. Canova amava particolarmente la morbidezza dei loro capelli biondi, abbondanti e grevi. Li pettinava lui stesso prima di copiarli, e disponeva le loro trecce secondo le diverse fogge della statuaria greca.

  Queste ragazze hanno generalmente un’espressione di dolcezza e di semplicità che, riprodotta in lineamenti più fini e in forme più delicate, ha dovuto ispirare a Canova la deliziosa testa di Psiche. Gli uomini hanno la testa colossale, la fronte prominente, la capigliatura folta e anch’essi bionda, gli occhi grandi, vivi e audaci, la faccia tozza e quadrata. Niente di profondo né di delicato nella fisionomia, ma una schiettezza e un coraggio che ricorda l’espressione dei cacciatori antichi. Il tempio di Canova è una copia esatta del Pantheon di Roma. È d’un bel marmo a sfondo bianco, attraversato da tonalità rosse e rosate, ma tenero e già sgranato dal gelo. Canova, con un’ottica filantropica, aveva fatto innalzare questa chiesa per attirare un grande afflusso di stranieri e di viaggiatori a Possagno, e procurare anche un po’ di commercio e di denaro ai poveri abitanti della montagna. Egli contava di farne una specie di museo delle sue opere. La chiesa avrebbe racchiuso i soggetti sacri usciti dal suo scalpello, e gallerie al piano superiore avrebbero accolto a parte i soggetti profani. Egli morì senza poter compiere il suo progetto, e lasciò delle somme considerevoli destinate a quest’uso. Ma sebbene il suo stesso fratello, il vescovo Canova, fosse incaricato di sorvegliare i lavori, un sordido calcolo economico o un’insigne cattiva fede ha sovrinteso all’esecuzione delle ultime volontà dello scultore. Fatto salvo il vaso di marmo sul quale non c’era più tempo per speculare, si è obbedito meschinamente alla necessità di riempimento. Al posto delle dodici statue di marmo che dovevano occupare le dodici nicchie della cupola, si elevano dodici giganti grotteschi che un -detto altrimenti- abile pittore si è dilettato di eseguire ironicamente per vendicarsi delle sordide preoccupazioni degli appaltatori. Molto poco della scultura di Canova decora l’interno del monumento. Qualche bassorilievo di piccola dimensione, ma di una linea molto schietta e molto elegante, è collocato attorno alle cappelle; tu ne hai visti all’Accademia di Belle Arti di Venezia, e ne hai osservato uno con predilezione. Là tu hai visto anche il gruppo di Cristo nel sepolcro, che è certamente la più fredda concezione di Canova. Il bronzo di questo gruppo è nel tempio di Possagno, nonché la tomba che racchiude le spoglie dello scultore; è un sarcofago greco molto semplice e molto bello, eseguito su suoi disegni.

  Un altro gruppo di Cristo nel sudario, dipinto ad olio, decora l’altare maggiore. Canova, il più modesto degli scultori, aveva la pretesa d’essere pittore. Egli ha passato parecchi anni a ritoccare questo quadro, figlio fortunatamente unico della sua vecchiaia, che, per affetto verso le sue virtù e per rispetto della sua gloria, i suoi eredi dovrebbero conservare preziosamente presso di sé e celare a tutti gli sguardi.

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Ho seguito la strada di Asolo lungo una rampa di colline coperte di fichi; ho abbracciato quella ricca presenza della Lombardia per parecchie leghe, senza essere stanco della sua immensità, grazie alla varietà di primi piani, che digradano da monticelli e burroni fino alla superficie uniforme della pianura. Ruscelli di cristallo serpeggiano e saltellano tra quelle gole, i cui contorni sono arditi senza asprezza, e il cui profilo cambia ad ogni svolta della strada. Questa terra è la più ricca di frutti deliziosi e il clima è il più salubre d’Italia. Ad Asolo, paese assiso come Possagno sul fianco delle Alpi, all’entrata di una valletta non meno bella, trovai un montanaro che partiva per Treviso, seduto maestosamente su un carro trainato da quattro asine. Lo pregai, mediante una modesta retribuzione, di farmi un po’ di posto fra i capretti che portava al mercato, e arrivai a Treviso l’indomani mattina, dopo aver dormito fraternamente con le bestie innocenti che dovevano cadere il giorno seguente sotto il coltello del macellaio. Questo pensiero m’ispirò per il loro padrone un orrore invincibile, e non scambiai una parola con lui durante tutto il tragitto.

 

George Sand, Lettres d'un voyageur, tome I, Bruxelles, Meline, Cans et compagnie, 1838, pp. 1-47 (passim)

 

 

 

[1] Probabile allusione alla numerosa presenza di viaggiatori inglesi sulle strade del Grand tour ottocentesco.

[2] La citazione è dalla bozza del romanzo Jacques che George Sand stava scrivendo contemporaneamente alla redazione di questa lettera.

[3] Opera teatrale del drammaturgo francese Benjamin Antier, pseudonimo di Benjamin Chrevillon, 1787-1870.

 

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Ultimo aggiornamento:  12-05-12