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Bassano vuol dire

 


Neri Pozza, Gli occhialetti di piombo

Poco prima del 1570

 

è il secondo racconto dedicato da Neri Pozza alla figura di Jacopo dal Ponte, dopo Il battezzo di Santa Lucilla. Lo spunto narrativo è offerto dalla commissione, da parte del parroco di Borso, di una tela sul tema del Diluvio. Proprio nella interpretazione del personaggio di Noè e del motivo dell'arca, che implica la responsabilità dell'uomo di fronte al caos che minaccia la creazione, Neri Pozza addita il nucleo originario e fecondo dell'ispirazione artistica del maestro.

  

 

 

La prima suggestione di questo Diluvio nasce dalla stupenda paletta di Feltre, ideata da Jacopo per la piena del Cormeda (1574).

Tutto il resto è invenzione.

Nella parrocchiale di Borso, un paesino sulle coste del Grappa, c’è una bella tela di Jacopo, datata 1538.

La storia che segue va situata poco prima del 1570, e precede - quanto a motivi e a strutture -  Il battezzo di santa Lucilla (cf. Processo per eresia, pp. 137-151).

 

 

Interlocutori

 

Don Gaetano Rosampia, parroco di Borso del Grappa

Jacopo Bassano

Francesco Bassano

Il dottor Mechinz

 

I

 

Jacopo aveva seguito le mosse di don Gaetano Rosampia con viva curiosità: tolti dalla fodera gli occhialetti cerchiati di piombo, il prete li apriva e se li posava come un oracolo a cavallo del naso; poi assicuratosi che le stanghette fossero agganciate agli orecchi, si faceva un rapido segno di croce.

«Ecco qua un discorso chiaro,» diceva «co’ i so bei nomi dei patriarchi fino a Noè. Se pol dire che a çentoçinque ani, Set, fiolo de Adamo, sia morto giovane; perché Enos, Qenan e Jered - e tanti altri-  sono morti ala bela età de treçento o çinqueçento anni. Òmeni santi, pieni de sapienza e de reverenza, lo scrive la Bibia. Del resto lo savevi, Jacopo, che quando el Signore ha chiamato Noè per darghe i so bei ordeni a proposito dell’Arca - digo Noè aveva compiuto çinqueçento anni? Bisogna studiare qua,» e batteva la mano sul volume «lézare prima de perderse a piturar fantasie. L’Arca aveva tre piani, lunga per larga tanto, alta tanto, co’ le sue belle finestre: come se il Signore fussi sta un maestro de mar, e altro al mondo no’l gavessi fatto che arche. Adopra boni legni, Noè, e daghe de pégola par dentro e par fora; e lassa che i òmeni se la goda, perché rivarà el momento che li sentiremo cantare el Passio. Vojo darghe una lezion, una de quele lezion!»

Don Gaetano tirava il flato. «Lézare bisogna, prima de piturar.»

«Grazie, don Ghitan,» borbottava Jacopo carezzandosi la barba e facendo cenni gustosi col capo «trovo giusto anche mi rinfrescarme la memoria. Però nualtri pitori dovaressimo saver vita, morte e miracoli de l’orbe terracqueo. » Si era fermato; e con voce molesina e scaltrìa diceva: «Dovreste dirmi, don Ghitan, se no’ ve par indelicato, qualcosa dei vostri occhialetti. Dove avete comperato un conzegno cussì nobile? ».

Il prete sorrideva compiaciuto.

«A Trento, durante il Concilio,» diceva « me xe sta rimarcà un olandese fureghin, dalle man de oro.»

«E vu, stavi a Trento?»

«Servivo al Concilio, caro. Lì go conossuo l’occhialero e fato le prove. L’ordegno el se lo ga lavorà lu, tutto co’ le so man. Quando me son messo gli occhialetti pareva me fusse tornà la vista da toso. I xe quasi novanta, Jacopo.»

Il pittore sorrideva alla civetteria del prete che si allungava l’età.

«Dopo quaranta giorni e quaranta notti» aveva ripreso il prete alzando la voce... Metteva l’accento sui momenti più brodosi e intrigosi del diluvio, giorno diciassette febbraro se rompe le fonti dell’abisso e, aperte le cateratte del cielo, scominçia la piova a stravento, lampi e saette. Jacopo ascoltava con un orecchio, non trovava l’estro e le parole giuste per domandare a don Ghitan quanto aveva pagato gli occhialetti e come avrebbe potuto ritrovare l’occhialero olandese da le man de oro; e guardava il prete che continuava a leggere disastri con una superstizione golosa. Dopo quaranta giorni e quaranta notti erano sottoacqua le foreste, i campi, le case, i campanili, i castelli e le montagne più alte. E mentre nessun empio de ‘sto mondo stropio e incarolà era riuscito a salvarsi, Jacopo calcolava che gli occhialetti potevano costare almeno quattro, o perfino cinque ducati d’oro; e che avrebbe fatto volentieri una spesa anche più grande pur di ritrovare la vista netta e chiara degli anni passati.

«Col vostro permesso, don Ghitan» diceva Jacopo, profittando di quello che tirava il flato. Si era alzato.

«Aspeté» replicava il prete. E via a leggere i voli del corvo e della colomba. A fare i conti sul lunario il diluvio incominciato a metà febbraro era finito in piena istà, cioè çentoçinquanta e più giorni dopo. A questo punto il Signore aveva promesso a Noè di non mandare sulla terra altri diluvi, e in segno di pace aveva fatto col dèo nel çie1 un arco de tutti i colori.

«Grazie, don Ghitan, andemo avanti. Me piaxeria arivar al punto dove Noè si ritira nella paxe della sua vigna.»

Il pittore desiderava suscitare nel prete i sentimenti più affabili per riattaccare con l’olandese; e già aveva disegnato il discorso: “Scuséme, no’ ve domando ancora degli occhialetti per curiosità. Caro don Ghitan, da qualche mese i me occhi no’ i vede più come una volta. Qualche mattina me svejo come se i fusse pieni di polvere”.

Il discorso immaginato gli era morto in bocca. Bella presentazione, pensava, mi farei a un prete che ha la mania dell’età e della salute, e vuol che gli pituri un gran telero con la scena del Diluvio.

“Caro Jacopo, se devo ordinar un lavoro de questa importanza a un pitor orbo, mejo che çerca a Venezia” avrebbe risposto don Gaetano.

«E adesso, sentì quel che scrive il benefattore Antenore Cavaso» riprendeva il prete chiudendo di colpo il volume e mettendolo da parte. Aveva raccolto un mazzetto di fogli. « “In nomine Cristi, amen...” omissis» cominciava «ecco, ecco qua. “Item, lascio al preposito di Borso del Grappa çento ducati veneziani perché faccia far, nei modi più condecenti da maestro de valor, un telero per l’altar novo della Misericordia...” omissis “...dove sia figurà el Diluvio universale, quando i òmeni, allontanatisi da Dio creatore... in memoria di quel terribile evento, perché sia ramentà” omissis. El Cavaso,» finiva don Gaetano Rosampia con voce ruspia «nel testamento el se perde via in rebus che riguarda i teologi. Se capisse che, anche dopo il diluvio, l’omo ha continuato a comportarse da empio. L’omo, bestia ostinà.»

I due vecchi si studiavano. Jacopo guardava beato don Gaetano, rivoltava nella mente il diluvio da pitturare per cento ducati d’oro fin e l’occhialero olandese di passaggio a Trento; e quando il prete si tolse gli occhialetti per rimetterli nella fodera di panno, gli mancò il coraggio di domandargli il permesso di vederli da vicino. Aveva pensato di posarseli con riguardo a cavallo del naso e vedere di colpo il mondo rischiarato. Lo riscosse la voce del prete.

«E allora, Jacopo?» «Voria, de grazia, guardar l’altare dove sarà messo el telero. »

Usciti dalla canonica sulla piazzetta chiusa da case basse e bianche, i due erano rimasti abbagliati dalla luce del mattino. Davanti al sagrato la pianura si apriva verso Bassano in una fuga di colline gialle e coltivate. Alle loro spalle il Grappa si arrampicava folto di boschi verso i prati più alti. Il cielo era macchiato di grandi nuvole. Quando entrarono in chiesa gli occhi di Jacopo erano offesi di bagliori.

Nel ristoro dell’ombra il pittore intravvide l’altare, di fronte a quello dove, più di trent’anni prima, aveva collocato la pala della Vergine coi Santi Zenone e Giovanni. La sbirciò appena, confuso dallo spazio riservato al telero del Diluvio, tra le colonne di marmo verde: cinque metri alto per tre e mezzo. Quasi raggomitolato su una panchetta guardava in silenzio.

Il prete, vicino a lui, aspettava di sentirlo parlare. «Un posto de grande onor» sussurrava Jacopo; e si voltava intorno godendo della penombra che gli aveva ridato la vista: «Me piaxe ».

La frescura lo rianimava.

Don Gaetano, che voleva mettere a quei discorsi un punto fermo, ed era bramoso di ascoltare qualche cenno sul progetto del quadro, diceva: «Ben ben, voria sentire la vostra idea ».

«Un’idea, sicuro,» rispondeva Jacopo macchinalmente, e non staccava gli occhi dall’altare vuoto «un modeléto studià.» E fattosi forte della lettura della Bibbia, che aveva appena ascoltato: «I giusti, i boni,» diceva alzando la mano in un gesto ampio «li metteremo qua davanti, intorno al patriarca Noè: fèmene, putini, bestiole e oseléti co’ tute le sue vesti e i suoi magnari: qua davanti, che i sia de esempio ai bravazzi che girano il mondo in ‘sti ani disgraziati. E l’Arca, poco lontan, ma alta alta, e il çiel pien de saete. Però si potrà dove che l’acqua boje vedere gente che se nega; mentre i giusti, i boni, sono istradati con Noè verso l’Arca della salvezza ». Gli sembrava di aver parlato da predicatore. «Faremo un modeléto studià, don Ghitan, sièu contento? »

«Bravo, un bel modeiéto.»

«E contentà del modeléto, sottoscriveremo el patto. »

« El patto, coi suoi doveri e i suoi diritti. »

I due uscivano dalla chiesa. Sulla porta Jacopo aveva portato la mano a visiera sulla fronte per riparare gli occhi.

 

II

La composizione del Diluvio non poteva essere altro che quella delle sue scene familiari: in primo piano, fuori dalle porte di casa, le donne vestie da festa coi putini in brazzo e i òmeni che guardava; cagneti e piegore che ruzava sull’erba coi più pici; colombi, galline, un merlo moro sulla frasca: ascoltavano el pare Noè, alto sugli scalini, che dava gli ultimi comandi.

Di là dal parapetto si vedeva l’Arca legata alla riva dei mulini e il Brenta, dove faceva ansa, straripato per le campagne. Sul fondale si profilava il Grappa con le sue ombre sbampie. Eppure il rapporto di grandezza tra le figure e il paesaggio era diverso dai soliti. Stavolta il protagonista doveva essere quella veduta del mondo che stava per essere folà dalle acque di Dio.

Il gruppo in primo piano, abbozzato a macchie turchine, a velature di lacche carminio, era lavorato qua e là in punta di pennello di verde e di seppia. Eppure, alla libertà dell’idea nei rapporti di spazio non corrispondeva la fantasia del colore; come se Jacopo, dopo aver cercato e trovato quelli di tutti i giorni, se ne fosse subito saziato. Soltanto una sera, tra i fumi loschi del tramonto, aveva avuto la vera vision della scena; e gli era parso — con la grazia di un paio di occhialetti — di poterla pitturare in estasi. Dalle finestre spalancà sul Brenta no’ oliva una bava de vento.

Sùbito, appena finito il telero, doveva partire per Trento, visitare il dottor Mechinz. Don Gaetano Rosampia gli aveva fornito l’indirizzo. Presso il Mechinz doveva cercare l’occhialero olandese. Ogni uomo ha due occhi; ma i suoi erano più importanti delle mani.

Giù dal Grappa qualche lampo, come ogni notte.

Al primo bòto del temporal, Jacopo era saltato dal letto, mezzo intontito dal sonno aveva allungato gli occhi allo sportello che sbatteva.

«Ohi, Francesco,» chiamava «su, alzémose a guardar! »

Attraversato lo stanzone a piedi scalzi, si era fermato alla finestruola; e attaccato il gancio allo sportello restava a respirare. L’alba doveva essere vicina.

Un lampo aveva scavalcato il Brenta, là sotto, dal ponte ai mulini. Le nuvole che rotolavano giù dal Grappa si schiantavano sulle cortine dei boschi mandando per l’aria grandi balenii verdi.

«Ohi, Francesco,» chiamava Jacopo «vieni a veder che beleza!»

Restava immagato a scrutare la prima luce dell’alba missià dalla burrasca, le nuvole verdastre spiumate di bianco, accese di fuochi improvvisi; e già sentiva sui tegoli calare qualche goccia, il viso umido, quando un s-ciantiso più lungo e slusente gli mostrò i muri illividiti, l’aria attraversata di fili bianchi. Il vento impetuoso faceva frascare gli alberi.

«Belo belo, » mormorava Jacopo sentendo in viso l’acqua che lo sferzava «bisogna che me lo ricorda» e strizzava gli occhi accecati, cercava fra la piova il colore delle nuvole ammassate che il vento continuava ad agitare. Cadde una saetta screpolando il cielo di bianco..

«Oh, Signore» continuava a ripetere come sopraffatto dall’emozione dello spettacolo inatteso.

Ora il vento aveva ridotto la piova a ondate di polvere, la spingeva verso la pianura. Si capiva che, superata la stretta della Valsugana, il temporale dilagava oltre Bassano senza trovare ostacoli.

Jacopo seguiva, nel lampizare dei çiel aperto qua e là di turchino, la piova che diradava; e come quel rumore diventava un frusci o, cresceva invece lo scroscio del Brenta fra le rive basse e coperte dalle schiume. La corrente specchiava la luce dell’alba diffusa sulle nuvole.

 

III

Il temporale, scoppiato poco prima del chiaro, era stato uno di quegli eventi che distrigano le idee ingarbugliate, che per trovarci il filo giusto devi tirare a caso. Somigliava a quello in cui si era trovato due anni prima, lungo la salita per Enego; ed era dismontà dalla carrozza poco dopo il tramonto per rinfrescarsi alla fontana. Lì, sotto ai lecci, su quelle piere verdi muschiate, aveva visto come per una miracolosa apparizione la 1uçe fra il giallo e il celeste del suo Presepio. Ora, nel Diluvio, entrava la suggestione del temporal calà dal Grappa, coi lampi sulle case e sul canale, i alberi in mezzo alla piova, il colore delle saete fra el rovejo delle nuvole rossigne.

Lavorava al paesaggio del Diluvio senza sapere che cosa facesse, non ricordava dove avesse visto quella vallata di romìti, i recessi foschi, i pianori, i gradoni di rocce vitree, i boschi senza luce; e non capiva di dove era entrato il fiume con l’Arca, e come si fosse fatto un letto nel quale scorrere e straripare insomma qual era stato il principio dell’abisso grande, delle sorgenti rotte: forse sognato sopra Marcesina, internandosi nell’Altopiano verso vai del Fabro, dove la montagna diventa una forra vellutata di muschi e di licheni, i dossi sono coperti di lanci fitti e di felci. A quelle altezze il cielo non aveva mai visto una nuvola.

Per qualche giorno Francesco era girato attorno al telero con cautela, quasi temendo di molestare la concentrazione del padre, solitario sull’armatura. Il giovane silenzioso stava accovacciato a colmare le campiture interrotte degli abiti; e ogni tanto alzava gli occhi spauniti alla veduta nella tempesta; e gli sembrava che l’Arca, nella grande valle inondata dal diluvio, gli alberi emersi, i dirupi violacei e il cielo fossero sovrastati da un presentimento di morte.

«Oh, Francesco, tu non stai bene» diceva Jacopo vedendolo svogliato e malinconico. «Va’, fiolo, va’ fuori a respirar aria bona. » E tolta l’armatura davanti al telero, era rimasto a guardarlo tirando il fiato, sorpreso di ciò che vedeva.

Solo davanti alla scena, come uno riprende le forze dopo la corsa, cercava di rendersi conto in che posto del mondo fosse quella valle infamata. Non poteva essere uscita dalla sua fantasia. Di slancio aveva attaccato con le figure.

Lavorava con rapidità, macerando le paste dei colori di ombre luminose. Nei veludi verdi, biondi, scarlatti, nei fustagni, negli zendali bianchi sulle teste delle donne, nel bianco delle piume e delle lane, nel celeste marezzato delle sete dagli sprazzi violetti e nei neri rasati, c’era una varietà esuberante, una ricchezza di timbri quasi forzata: come se attraverso la purezza dei colori Jacopo volesse testificare che il castigo del mondo decretato da Dio colpiva tutti, fuorché gli innocenti; e che gli innocenti, coi abiti niovi, erano là come paragone, a ricordano ai fedeli delle domeniche e delle feste comandate.

Jacopo, invece, non era nemmeno sfiorato dall’ineluttabilità del dramma. Quei colori buttati sulla tela senza risparmio vivevano di una provocazione più sottile e segreta: i suoi occhi avidi volevano gustarli fino in fondo, in tutte le variazioni possibili. Nel pitturare il Diluvio c’era stata una specie di gara fra lui e la sua vista balenga — che soltanto un paio di occhialetti avrebbe rimesso in ordine. Ora voleva finire presto il teleno e partire alla volta di Trento da dove era arrivata la lettera del dottor Mechinz, che lo aspettava nella seconda metà di settembre per visitargli gli occhi e prescrivergli le lenti adatte alla sua vista.

Il parroco di Borso, sceso a Bassano per vedere il Diluvio, lo aveva mirato e lodato. Infine, presi gli accordi per la consegna dell’opera dopo San Martin, una mattina bonora Jacopo era montà sul postale che lo avrebbe portato a Trento per la strada della Valsugana.

 

IV

Una settimana dopo.

Jacopo teneva in mano gli occhialetti piegati dentro l’astuccio di velluto verde e sbirciava dal finestrino della carrozza la vallata aperta, luminosa, sfumata di ruggini. Un sorriso dolce gli compariva ogni tanto fra i baffi e la barba, come stesse tramando uno scherzo.

La gola della Valsugana si chiudeva, la strada stretta fra le rocce color lavagna era irta di cespugli.

Il pittore non ascoltava le chiacchiere dei viaggiatori che salivano e scendevano coi loro fagotti alle stazioni di posta, non aveva voglia di parlare con nessuno. Guardava dal finestrino i prati lisci come il velluto, le rare casaccie e i recinti col bestiame; e ogni tanto constatava, con un leggero soprassalto, che la montagna si era allontanata dalla strada perdendosi in un intrigo di foschie. Superato un ponte, la carrozza correva lungo il Brenta, ingolfato fra i sassi e i cespugli verso Bassano.

Accarezzava l’astuccio di velluto verde. Caro dottor Mechinz, che degna persona!

«La vostra fama, missier Da Ponte...»

Lassémo star la fama; però Jacopo aveva piegato il capo per ringraziare. Ecco lì le scritte, disegnà in grande da uno scriba peritissimo, per provar la forza e la chiarezza della vista. E all’invito del Mechinz, Jacopo si era sentà, come se quello avesse dovuto, di lì a poco, mettersi in posa davanti a lui per farsi pitturare il ritratto. Invece, superato con le lettere grandi il primo esame di lettura, il dottor Mechinz lo pregava con delicatezza di chiudere gli occhi e di riaprirli all’improvviso. E mentre lui li riapriva, quello gli faceva il salbanello con uno specchietto rotondo. Adesso il paziente doveva guardare per una fessura. Rovesciata la testa sentiva le dita leggere che gli alzavano le palpebre.

«Missier Da Ponte, desidero parlarve con grande franchezza. »

«El parli. »

Jacopo ricordava la pausa di silenzio seguita a quella frase, i suoi occhi incrociati con quelli del dottore.

«Questa dei vostri occhi non è una malattia che si governa con gli occhiali. Me spiego: non servirebbero a nulla. »

La gola montuosa, riapertasi di colpo tra i prati selvaggi e i seminati magri di granturco, mostrava il fianco sterpato e verdeggiante della montagna, tagliato di crepe nere; e qui il Brenta si era disteso in un fondale basso di ghiaie, come un piccolo lago; e vi galleggiavano alcuni tronchi pelati. Un gruppo di case di sasso e di legno, sotto un noce frondoso, si spingeva sul margine della strada.

Il dottor Mechinz, per mitigare la gravità della malattia agli occhi di Jacopo continuava a parlare della vista e degli accidenti ai quali gli occhi logorati dal lavoro vanno incontro — quando Jacopo trovò finalmente l’estro per fare il suo discorso.

«Grazie, son contento che mi abbia contato la verità. Farò i bagnoli caldissimi che mi ha ordinato; e poi, co’ l’aiuto del Signore, me meterò da parte, chieto a pensar. Ma gli occhialetti... intendo dir, potreste darmene un paio che si possano portar per beleza? Sapete, quando sarò tornato a casa, la dona, i fioi, mi domanderanno... Con gli occhialetti me sentiria spavaldo, no’ doverla spiegar niente.»

Il dottor Mechinz sorrideva.

«Mi no’ son un omo da feste,» continuava Jacopo «no’ ho doveri, cariche pubbliche. I occhialetti sul naso, e uno va sguelto come un zòvene. E poi, no’ vojo far patire la dona, i fioi. Queste xe disgrazie che uno deve tegnere sconte, vivere modesto, parlare qualche volta col Signor, racomandarse. »

Tirava il fiato come oppresso da un peso che non si era accorto di aver portato fin là.

Ora la strada della Valsugana sembrava corresse in mezzo ai sassi, in fondo a un burrone, fra lastroni di roccia nera e il verdecupo delle siepi attorcigliate. Sembrava calato improvvisamente il giorno.

 

(da Neri Pozza, La putina greca, Milano, Mondadori, 1972, pp. 127-141)

 

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Ultimo aggiornamento:   02-10-10