BONTÀ
Un giorno di settembre del 1941 alla stazione
di Cortina d’Ampezzo una donna bionda e rotonda in compagnia di un
bambino di dieci anni vestito da frate aspettava il “trenino” bianco
e azzurro in arrivo da Dobbiaco. Erano i
soli ad aspettare e accanto a loro avevano una valigia, un
aeromodello di carta dalle grandi ali gialle e blu e un mandolino
dentro una custodia di grossa tela color caffè. Tacevano, e la luce
senza vento ma fredda li illuminava in modo totale e sereno. Il
trenino arrivò, i due si affrettarono per prendere posto e in quel
momento dalle porte della stazione entrò correndo una donnetta
vestita di nero con un cappellino nero che mise un piede sul
mandolino e lo sfondò. La donna bionda udì il rumore del mandolino
sfondato, tirò un urlo e si precipitò sulla donnetta che, con il
braccio, fece un gesto di difesa. La bionda gridò verso il treno:
« Umberto, guarda il mandolino », il bambino vestito da
frate si affacciò al finestrino e spalancò gli occhi senza parlare.
« Adesso lo paga » disse la donna bionda
cercando di dominare l’istinto con le parole e a quel “paga” la
donnetta vestita di nero parve svegliarsi dall’improvvisa paura,
estrasse il piede dal mandolino e corse sul treno in partenza. Era
però seguita dalla bionda che la teneva al braccio e diceva: «I
carabinieri, i carabinieri, ferma il treno, ferma il treno».
Ma si udì un fischio, il treno cominciò a mettersi in moto e
anche la donna bionda fu costretta a salire. Non abbandonò la
donnetta vestita di nero che si divincolava e la obbligò a sedere
davanti a sé e al bambino vestito da frate. « Adesso facciamo i
conti: lei l’ha rotto e lo paga» disse la bionda con voce sibilante
e ansimante dalla rabbia.
«No» disse la donnetta con un fil di voce e di
nuovo ebbe quel gesto di difesa col braccio.
« Altroché se lo paga.»
«No» disse la donnetta e rafforzò quel no con
un piccolo gesto del capo.
«Sì che lo paga » sibilò la donna rotonda.
La donnetta fece finta di non sentire. Era
molto pallida e magra, vestita di seta e organza e merletti neri,
calze grige e piccole scarpe nere da
uomo molto lucide: avrebbe potuto essere una dama di compagnia di
qualche vecchia contessa o una perpetua di parroco benestante. Il
volto le tremava (aveva occhi azzurri molto scoloriti) ma si vedeva
dal pallore nervoso del volto e dalle labbra strette e bianche che
era decisa a non pagare.
«Chi rompe paga» disse la donna e avendo visto
il pallore, il tremore e il biancore delle labbra della donnetta
vestita di nero era diventata quasi beffarda (la donna rotonda era
biondissima e vestita a colori vivaci, con alti sandali di sughero).
Il bambino vestito da frate era agitato vedendo la sua
accompagnatrice così furente e rigirava tra le mani la custodia col
mandolino fracassato dentro.
La donnetta vestita di nero serrò le labbra
ancora di più e fece no col capo, due o tre volte.
« Alla prima stazione scendiamo e chiamiamo i
carabinieri» disse la donna bionda sempre più beffarda: «Se lei non
pagherà sarà portata in prigione».
La donnetta fece ancora cenno di no col capo e
il mento cominciò a tremarle.
Ci fu una lunga pausa di silenzio durante la
quale la donna rotonda fissava con violenza e spietatezza (i suoi
occhi sembravano perfino strabici) la donnetta vestita di nero che
tentava di distogliere lo sguardo. Ma la donna bionda allungò una
delle sue mani forti e polpute, piene di efelidi e con le unghie
smaltate di rosa e scrostate, con due dita afferrò la punta del
mento della donnetta, le sollevò il capo e disse:
«Guardi le persone negli occhi» e la guardò
fissa con la massima concentrazione delle sue pupille azzurre. La
donnetta seguitava a distogliere gli occhi e ci fu un’altra pausa:
una nube molto fredda che segnava la fine dell’estate entrò dal
finestrino socchiuso, raffreddò la pelle dei tre e portò dentro di
loro il sentimento dell’inverno. Subito dopo la pausa la donnetta,
che forse era stata colpita meno degli altri due dal sentimento
dell’inverno, domandò quasi senza voce: «Quanto costerebbe il
mandolino?».
« Il mandolino è costato centoventi lire »
disse la donna bionda, già meno forte e non più beffarda.
« Uhmm» fece
dubbiosamente la donnetta.
«Non ci crede?
» disse la bionda e tornò
ad arrabbiarsi.
La donnetta non rispose e, sempre molto
pallida, guardò le montagne che si allontanavano nella luce
splendente. Sulle Tofane era caduta un
po’ di neve e proprio sulla punta il vento alzava e arricciava la
neve contro il blu del cielo. Giunse anche un suono di campane (era
domenica).
«Ci fermeremo dai carabinieri di
Calalzo» disse la bionda al bambino
vestito da frate e, senza rivolgersi alla donnetta, aggiunse:
«Canaglia, guarda come ha ridotto il mandolino
».
Il bambino vestito da frate non disse nulla,
ma, come per mostrare le condizioni del mandolino aprì la custodia
di tela e levò lo strumento. La cassa lucida e panciuta era sfondata
al centro e il manico spezzato pendeva come il collo di una gallina.
Dalla custodia scivolò fuori uno spartito dal titolo
Macariolita.
Alla vista del mandolino in quelle condizioni
la donnetta vestita di nero lo guardò a lungo tra incredula e
disperata e parve rendersi conto solo allora del danno provocato,
che le sembrò enorme e irreparabile. Impallidì ancora una volta e il
mento le tremò. Con secche e bianche dita di donna casalinga e
anziana stringeva una logora borsetta di pelle nera. « Potrei dare
cinquanta lire » disse e aperta la borsetta tirò fuori un borsellino
di tela chiuso da bottoni automatici. Da questo estrasse cinquanta
lire in monete d’argento di cinque lire.
«Ho detto che è costato centoventi lire, mi
dispiace» disse la bionda. La vittoria sulla donnetta l’aveva
improvvisamente acquietata, il suo tono era calmo, un po’
altero, e sorrise.
«è
usato» disse la donnetta.
« Chi rompe di vecchio
paga di nuovo » disse la bionda.
La donnetta tirò fuori dal borsellino ancora
un foglio da dieci lire e una moneta da cinque lire. Si vedeva che
nel borsellino non aveva quasi più nulla.
La bionda fece un gesto negativo, con la
lingua tra i denti, e aggiunse: «No, no
».
La donnetta vuotò il borsellino: aveva ancora
quindici lire, in tutto ottanta lire.
«è
tutto quello che ho» disse, «se vuole denunciarmi mi denunci»,
guardò le montagne che scomparivano e allungò il denaro sul
palmo. La bionda lo contò e lo diede al bambino vestito da frate, ma
il bambino, prima fece segno di no col capo poi prese il denaro e lo
tenne in mano. «Mettilo in tasca, ebete » disse la bionda e solo
allora il bambino sollevò la tonaca e ficcò il denaro nella tasca
dei pantaloni corti.
Passò altro tempo in silenzio e la donnetta
disse: « Però il mandolino sarebbe mio».
La bionda tolse di mano il mandolino al
bambino e lo porse alla donnetta che se lo mise in grembo; passò
così più di mezz’ora e la donnetta volgeva lo sguardo dalle montagne
riapparse al mandolino rotto (ora suo)
con le corde pencolanti. Infine si volse al bambino e gli ritornò il
mandolino: «Cosa ne faccio, riprendilo tu, io non so suonare il
mandolino, anche se si potesse riparare io non lo so suonare, non ho
mai suonato niente... » e su queste ultime parole cominciò
silenziosamente a piangere. Cavò dalla borsetta un fazzolettino
bianco con una cifra, si asciugò gli occhi e quando il fazzoletto si
inzuppò usò le nocche delle dita di persona vecchia. Ogni tanto
scrollava la testa senza rassegnarsi, il bambino non voleva
assolutamente il mandolino, lei invece voleva darglielo e si
passarono lo strumento rotto due o tre volte.
Alla fine il bambino lo posò sulla reticella sopra la testa della
donnetta.
La bionda chiese: « Si può sapere perché
piange tanto?» e la donnetta scosse la testa piangendo.
«Si può sapere?» continuò la bionda e poiché
la donnetta non rispondeva insistette a lungo. Finalmente la
donnetta rispose.
«Era tutto quello che avevo, ottanta lire, si
vede che il Signore voleva castigarmi.»
Passò ancora del tempo, il trenino era entrato
nella valle al crepuscolo, dai comignoli usciva il fumo e da qualche
parte entrò un po’ di quel fumo insieme all’odore della polenta.
Il treno si fermò accanto a una casa di pietra
scura con un comignolo da cui uscivano faville e su una larga
striscia di calce bianca era scritto: “Credere, obbedire,
combattere. Mussolini”.
Ma nel blu della notte imminente si leggeva appena.
«Lei cosa fa?» chiese la bionda per rompere
l’imbarazzo della lunga pausa di pianto.
«La rammendatrice» disse la donnetta che si
era rassegnata e aveva perfino l’aria di voler scambiare due
chiacchiere.
« E dove abita?»
«A Bassano del Grappa.»
«Guardi che il treno va a Venezia» disse la
bionda completamente calma e gentile.
«Vado a trovare mia sorella suora a Venezia»
disse la donnetta. Ormai era buio e i tre viaggiatori si vedevano
appena nella luce delle lampadine azzurrate ma l’aeromodello di
carta lucida scintillava sospeso tra due sedili.
Dopo un po’ di quella oscurità la bionda disse
al bambino vestito da frate: « Dài i
soldi alla signora»,
il
bambino lo fece subito e la donnetta li prese, armeggiò
nell’oscurità con borsa e borsellino, chiuse i bottoni automatici
sempre dicendo: « Grazie, grazie, pregherò per il bambino. Hai fatto
un voto?».
«Sì» disse il bambino.
«A chi?»
«A sant’Antonio di Padova» rispose il bambino.
«Sant’Antonio di Padova è un santo buono»
disse la donnetta. «Io sono devota di san Francesco d’Assisi ma so
che sant’Antonio di Padova è un santo tanto buono.»
(Goffredo Parise, Sillabario n. 1,
in Opere, tomo II, Milano, Mondadori, 1989, pp. 251-256)