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Bassano vuol dire

 

Goffredo Parise, Bontà

Bassano è una rammendatrice? Una vecchietta timida e buona, capace di indurre sentimenti di bontà e generosità in chi li ha perduti? Capace di suscitare ripensamenti e dubbi in chi ostenta sicurezza e arroganza? Non so se sia legittima l' identificazione della vecchietta, protagonista di questo racconto di Parise, con la città da cui essa proviene. So soltanto che io l'ho conosciuta, non nel 1941 ma negli anni Sessanta.  Abitava vicino a casa mia e, non c'è ombra di dubbio, la corrispondenza con la figura tratteggiata da Parise è impressionante. Non sarà stata proprio lei, forse un suo sosia vissuto più a lungo. La rammendatrice: uno di quei personaggi già allora votati inevitabilmente a rimanere soltanto nella memoria.

  

BONTÀ

Un giorno di settembre del 1941 alla stazione di Cortina d’Ampezzo una donna bionda e rotonda in compagnia di un bambino di dieci anni vestito da frate aspettava il “trenino” bianco e azzurro in arrivo da Dobbiaco. Erano i soli ad aspettare e accanto a loro avevano una valigia, un aeromodello di carta dalle grandi ali gialle e blu e un mandolino dentro una custodia di grossa tela color caffè. Tacevano, e la luce senza vento ma fredda li illuminava in modo totale e sereno. Il trenino arrivò, i due si affrettarono per prendere posto e in quel momento dalle porte della stazione entrò correndo una donnetta vestita di nero con un cappellino nero che mise un piede sul mandolino e lo sfondò. La donna bionda udì il rumore del mandolino sfondato, tirò un urlo e si precipitò sulla donnetta che, con il braccio, fece un gesto di difesa. La bionda gridò verso il treno: « Umberto, guarda il mandolino », il bambino vestito da frate si affacciò al finestrino e spalancò gli occhi senza parlare.

« Adesso lo paga » disse la donna bionda cercando di dominare l’istinto con le parole e a quel “paga” la donnetta vestita di nero parve svegliarsi dall’improvvisa paura, estrasse il piede dal mandolino e corse sul treno in partenza. Era però seguita dalla bionda che la teneva al braccio e diceva: «I carabinieri, i carabinieri, ferma il treno, ferma il treno». Ma si udì un fischio, il treno cominciò a mettersi in moto e anche la donna bionda fu costretta a salire. Non abbandonò la donnetta vestita di nero che si divincolava e la obbligò a sedere davanti a sé e al bambino vestito da frate. « Adesso facciamo i conti: lei l’ha rotto e lo paga» disse la bionda con voce sibilante e ansimante dalla rabbia.

«No» disse la donnetta con un fil di voce e di nuovo ebbe quel gesto di difesa col braccio.

« Altroché se lo paga.»

«No» disse la donnetta e rafforzò quel no con un piccolo gesto del capo.

«Sì che lo paga » sibilò la donna rotonda.

La donnetta fece finta di non sentire. Era molto pallida e magra, vestita di seta e organza e merletti neri, calze grige e piccole scarpe nere da uomo molto lucide: avrebbe potuto essere una dama di compagnia di qualche vecchia contessa o una perpetua di parroco benestante. Il volto le tremava (aveva occhi azzurri molto scoloriti) ma si vedeva dal pallore nervoso del volto e dalle labbra strette e bianche che era decisa a non pagare.

«Chi rompe paga» disse la donna e avendo visto il pallore, il tremore e il biancore delle labbra della donnetta vestita di nero era diventata quasi beffarda (la donna rotonda era biondissima e vestita a colori vivaci, con alti sandali di sughero). Il bambino vestito da frate era agitato vedendo la sua accompagnatrice così furente e rigirava tra le mani la custodia col mandolino fracassato dentro.

La donnetta vestita di nero serrò le labbra ancora di più e fece no col capo, due o tre volte.

« Alla prima stazione scendiamo e chiamiamo i carabinieri» disse la donna bionda sempre più beffarda: «Se lei non pagherà sarà portata in prigione».

La donnetta fece ancora cenno di no col capo e il mento cominciò a tremarle.

Ci fu una lunga pausa di silenzio durante la quale la donna rotonda fissava con violenza e spietatezza (i suoi occhi sembravano perfino strabici) la donnetta vestita di nero che tentava di distogliere lo sguardo. Ma la donna bionda allungò una delle sue mani forti e polpute, piene di efelidi e con le unghie smaltate di rosa e scrostate, con due dita afferrò la punta del mento della donnetta, le sollevò il capo e disse:

«Guardi le persone negli occhi» e la guardò fissa con la massima concentrazione delle sue pupille azzurre. La donnetta seguitava a distogliere gli occhi e ci fu un’altra pausa: una nube molto fredda che segnava la fine dell’estate entrò dal finestrino socchiuso, raffreddò la pelle dei tre e portò dentro di loro il sentimento dell’inverno. Subito dopo la pausa la donnetta, che forse era stata colpita meno degli altri due dal sentimento dell’inverno, domandò quasi senza voce: «Quanto costerebbe il mandolino?».

« Il mandolino è costato centoventi lire » disse la donna bionda, già meno forte e non più beffarda.

« Uhmm» fece dubbiosamente la donnetta.

«Non ci crede? » disse la bionda e tornò ad arrabbiarsi.

La donnetta non rispose e, sempre molto pallida, guardò le montagne che si allontanavano nella luce splendente. Sulle Tofane era caduta un po’ di neve e proprio sulla punta il vento alzava e arricciava la neve contro il blu del cielo. Giunse anche un suono di campane (era domenica).

«Ci fermeremo dai carabinieri di Calalzo» disse la bionda al bambino vestito da frate e, senza rivolgersi alla donnetta, aggiunse: «Canaglia, guarda come ha ridotto il mandolino ».

Il bambino vestito da frate non disse nulla, ma, come per mostrare le condizioni del mandolino aprì la custodia di tela e levò lo strumento. La cassa lucida e panciuta era sfondata al centro e il manico spezzato pendeva come il collo di una gallina. Dalla custodia scivolò fuori uno spartito dal titolo Macariolita.

Alla vista del mandolino in quelle condizioni la donnetta vestita di nero lo guardò a lungo tra incredula e disperata e parve rendersi conto solo allora del danno provocato, che le sembrò enorme e irreparabile. Impallidì ancora una volta e il mento le tremò. Con secche e bianche dita di donna casalinga e anziana stringeva una logora borsetta di pelle nera. « Potrei dare cinquanta lire » disse e aperta la borsetta tirò fuori un borsellino di tela chiuso da bottoni automatici. Da questo estrasse cinquanta lire in monete d’argento di cinque lire.

«Ho detto che è costato centoventi lire, mi dispiace» disse la bionda. La vittoria sulla donnetta l’aveva improvvisamente acquietata, il suo tono era calmo, un po altero, e sorrise.

«è usato» disse la donnetta.

« Chi rompe di vecchio paga di nuovo » disse la bionda.

La donnetta tirò fuori dal borsellino ancora un foglio da dieci lire e una moneta da cinque lire. Si vedeva che nel borsellino non aveva quasi più nulla.

La bionda fece un gesto negativo, con la lingua tra i denti, e aggiunse: «No, no ».

La donnetta vuotò il borsellino: aveva ancora quindici lire, in tutto ottanta lire.

«è tutto quello che ho» disse, «se vuole denunciarmi mi denunci», guardò le montagne che scomparivano e allungò il denaro sul palmo. La bionda lo contò e lo diede al bambino vestito da frate, ma il bambino, prima fece segno di no col capo poi prese il denaro e lo tenne in mano. «Mettilo in tasca, ebete » disse la bionda e solo allora il bambino sollevò la tonaca e ficcò il denaro nella tasca dei pantaloni corti.

Passò altro tempo in silenzio e la donnetta disse: « Però il mandolino sarebbe mio».

La bionda tolse di mano il mandolino al bambino e lo porse alla donnetta che se lo mise in grembo; passò così più di mezz’ora e la donnetta volgeva lo sguardo dalle montagne riapparse al mandolino rotto (ora suo) con le corde pencolanti. Infine si volse al bambino e gli ritornò il mandolino: «Cosa ne faccio, riprendilo tu, io non so suonare il mandolino, anche se si potesse riparare io non lo so suonare, non ho mai suonato niente... » e su queste ultime parole cominciò silenziosamente a piangere. Cavò dalla borsetta un fazzolettino bianco con una cifra, si asciugò gli occhi e quando il fazzoletto si inzuppò usò le nocche delle dita di persona vecchia. Ogni tanto scrollava la testa senza rassegnarsi, il bambino non voleva assolutamente il mandolino, lei invece voleva darglielo e si passarono lo strumento rotto due o tre volte. Alla fine il bambino lo posò sulla reticella sopra la testa della donnetta.

La bionda chiese: « Si può sapere perché piange tanto?» e la donnetta scosse la testa piangendo.

«Si può sapere?» continuò la bionda e poiché la donnetta non rispondeva insistette a lungo. Finalmente la donnetta rispose.

«Era tutto quello che avevo, ottanta lire, si vede che il Signore voleva castigarmi.»

Passò ancora del tempo, il trenino era entrato nella valle al crepuscolo, dai comignoli usciva il fumo e da qualche parte entrò un po’ di quel fumo insieme all’odore della polenta. Il treno si fermò accanto a una casa di pietra scura con un comignolo da cui uscivano faville e su una larga striscia di calce bianca era scritto: “Credere, obbedire, combattere. Mussolini”. Ma nel blu della notte imminente si leggeva appena.

«Lei cosa fa?» chiese la bionda per rompere l’imbarazzo della lunga pausa di pianto.

«La rammendatrice» disse la donnetta che si era rassegnata e aveva perfino l’aria di voler scambiare due chiacchiere.

« E dove abita?»

«A Bassano del Grappa.»

«Guardi che il treno va a Venezia» disse la bionda completamente calma e gentile.

«Vado a trovare mia sorella suora a Venezia» disse la donnetta. Ormai era buio e i tre viaggiatori si vedevano appena nella luce delle lampadine azzurrate ma l’aeromodello di carta lucida scintillava sospeso tra due sedili.

Dopo un po’ di quella oscurità la bionda disse al bambino vestito da frate: « Dài i soldi alla signora»,  il bambino lo fece subito e la donnetta li prese, armeggiò nell’oscurità con borsa e borsellino, chiuse i bottoni automatici sempre dicendo: « Grazie, grazie, pregherò per il bambino. Hai fatto un voto?».

«Sì» disse il bambino.

«A chi?»

«A sant’Antonio di Padova» rispose il bambino.

«Sant’Antonio di Padova è un santo buono» disse la donnetta. «Io sono devota di san Francesco d’Assisi ma so che sant’Antonio di Padova è un santo tanto buono.»

 

(Goffredo Parise, Sillabario n. 1, in Opere, tomo II, Milano, Mondadori, 1989, pp. 251-256)

 

 

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Ultimo aggiornamento:  02-10-10