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Bassano vuol dire

 

   

Neri Pozza,  I colori dell'orbo

1578

Terzo racconto dedicato da Neri Pozza alla figura di Jacopo dal Ponte, dopo Il battezzo di Santa Lucilla e Gli occhialetti di Piombo. L' ulteriore insistita riproposizione del motivo della cecità di Jacopo rivela come i tre racconti costituiscano un tutt'uno in cui si propone, nell'immaginario dell'autore, il mito di un pittore cieco (o quasi cieco)  la cui senile ispirazione assume un significato tra profetico e visionario (come testimonia l'invenzione del quadro su Tobia e l'angelo). Il viaggio del figlio Momoleto con Rafaele (l'angelo che guida Tobia) replica, appunto, lo schema della narrazione biblica, col vecchio padre che invia il figlio a riscuotere i debiti e con la cattura del pesce il cui fiele guarisce la cecità. Tra le luci e le ombre delle sue Storie veneziane, la figura di Jacopo spicca per grandezza, autorevolezza e, mi pare, per una certa affinità con la tempra umana di Neri Pozza stesso.

  

 

Nessun documento. Anche il dipinto che motiva la storia è d’invenzione.

Sono invece di rigore gli elementi che costituiscono il tessuto del racconto: dai dipinti di contorno ai nomi familiari.

L’autore spera di non aver tradito l’affascinante fisionomia di Bassano, la più veneta fra le città dell’entroterra veneto, verso le Prealpi.

 

 

Interlocutori

 

Jacopo da Ponte

Bettina, sua moglie

Francesco, figlio di Jacopo e Bettina

Padre Compostella, superiore dei Teatini

Don Antonio Martineto, prete

Momoleto e Rafaele

L’azione si svolge fra Bassano e Vicenza

 

 

I

«Fioi, mettí sul fogo un bel cioco.»

Francesco era andato a posare sugli alari una grossa radiçe. Supiava col soffion sugli stizzi caduti l’uno sull’altro e sbirciava il fradeleto addormentato nella cuna vicina al camino. Le fiamme divampate facevano riverbero, slungavano le ombre sui muri. Ogni tanto la burrasca infilava una sventata nel camino, ricacciava il fumo che si spandeva per la cucina.

«E così,» continuava Jacopo voltandosi alla moglie «quando il padre Compostella ha visto il telero mi ha detto che questa di Tobia non era una divozion. Gli ho risposto: “E allora, che cos’è?”. E lui: “Caro, è una delle tante parabole edificanti della Bibbia. Potrebbe, secondo voi” ha detto il padre “essere una divozion quella di Giobbe?”. E quando gli ho risposto che avevo fatto voto di donargli il telero, lui mi ha replicato, sì, ben, il voto è compío con l’intenzione di donare il quadro di Tobia con l’angelo, ma che mi sollevava completamente da quel dovere. »

Si fermava a tirare il fiato. La burrasca ruscava fra gli alberi dell’orto, sventolava sulla pèrgola scrosciando sulle foglie secche.

«Insomma, non poteva accettare il presente» finiva Jacopo. «Per il posto che avevo indicà, i reverendi padri avevano altre viste.»

Si sentiva il fià dei putini, lo sfrigolare del fogo.

«Mi no’ capisso» diceva la Bettina sottovoce.

«Questi religiosi stanno diventando difizili» diceva Jacopo con voce tetra. «Cossa mi viene a tirar fora la divozion, ‘sto padre Compostella? Vojo parlare con don Antonio Martineto, e domandarghe, in primo luogo, se è vero che la Bibbia dopo i disposti del Concilio Tridentin va letta cum grano salis. Ogni giorno se ascolta una novità. Eh, me capisso! »

Francesco, che aveva accompagnato suo padre nella visita al superiore Compostella ma era rimasto fuor dall’uscio, capiva finalmente le ragioni di quel malumore; e non diceva una parola. La storia del Tobia, pitturata “per ritrovar la vista in questi anni di tribolazioni”, era tutta di mano del vecchio; e perché non vi fossero screzi nel suo impegno con Dio, non aveva permesso che Francesco gli desse nemmeno una velatura di vernice.

Jacopo e Bettina avevano trascinato i caregoni attorno al fuoco, mentre i putini sparecchiavano la tavola in silenzio.

«Bisogna parlar coi Capucini per il saldo del telero del Paradiso,» diceva la Bettina «bisogneria deciderse ad andar. I soldi xe finii.»

«Bisogneria farse coragio e andar» diceva Jacopo. Francesco si era voltato di scatto: « Sapete che non sono adatto a queste mansioni» mormorava.

«Nessun xe adatto a domandare» diceva Jacopo «e noi, del resto, domandiamo il nostro. I reverendi padri i xe dalla parte del torto. Se i gavesse pagà come gera scrito nel contrato, noi non saressimo a suonar le loro campane come poveri pellegrini.»

Ascoltavano la piova vorticare nel camino, lo scroscio sulla vigna. Dalla parte del Brenta, verso i mulini, l’acqua rombava.

«Anche el podestà Moro, » insisteva la Bettina «che doveva pagar la paletta della Vergine col San Rocco... Ghe gera impegno più sacrosanto del voto fato dal Podestà per la fine della peste? Con lu, inzenochià davanti alla Madona? »

«Giusto, » diceva Jacopo «ghe manderemo una suplica, per ricordarghe, nei modi dovuti... »

«Scrivé sul vostro libro, vardé ben,» diceva lei «quanta gente ricca no’ ga pagà i lavori. Noialtri lassémo còrrer.»

«Bisogneria avere la penna in man ogni momento» borbottava Jacopo.

«Ecco, giusto, la penna in man.»

La Bettina, pensava Jacopo, aveva ragione; anche se quando attaccava a lagnarse diventava una pittima aveva ragione: fra i preti desmentegoni e i signori senza viste, gli pareva di essere preçipità in un mondo arrogante e ipocrita. Sopra il conto ora metteva quel padre Compostella, che gli aveva rifiutato la pittura del Tobia! Avrebbe pagato non so che cosa per capire il rebus. Non aveva domandato denari, ma fatto un presente; e se lo accettava, glie ne restava obbligato. Ma la pittura doveva essere esposta in chiesa, fra gli altari della navata di sinistra. Col tempo, magari, gli avrebbero trovato una sistemazione diversa, ma intanto gli bastava. Il voto diventava perfetto col dipinto esposto in chiesa. Poi si sarebbe ritirato a pregare e a pensare alla sua vista, che diventava sempre più fievole e dissipà. Bettina diceva: «Bisognerà essere preparati, caso mai no’ pagasse né i padri Capucini né il Podestà. Vojo dir, impegneremo da Gioele la mia colana e le bùcole ».

«Le porteremo in pegno» rispondeva Jacopo rassegnato.

Si era alzato per portare il lume sulla tavola. Poi, senza dir nulla, era andato a prendere nell’armaro il libro di casa, aveva infilato gli occhialetti di piombo. Tentava di leggere qualche riga e non riusciva a decifrare una parola. Così, di fronte ai ghirigori che ballavano sulle pagine, ascoltava la piova che fruscava sul tetto.

 

II

Don Antonio Martineto, interpellato dall’amico Da Ponte, era stato del parere di non dar troppo peso alle sentenze del padre Compostella. Gli ordini religiosi, diceva, sono come i brespari: lassarli ruzar, ma guai a toccarli. Quanto ai superiori, erano fatti apposta per parlar e ordinar, e i sottoposti per obbedire. Del resto lo zelo dei Teatini, come difensori dell’ordine e della fede cattolica, era noto. La Compagnia godeva di grande considerazione per le novità della disciplina, le regole spirituali e la sapienza dei padri.

Nello sproloquio del prete, al Da Ponte era parso di cogliere un piçego di ironia; e se lo confermò dopo l’ultimo elogio delle virtù del padre Compostella, quando finiva seccamente: «in regula et ordine, veritas ». E poi: «Mi, de veri ordini, ghe ne cognosso diexe, e con quelli mi règolo; e non ho bisogno di tanti libri, oltre il Vangelo, dove ghe xe tutto quello che serve a un omo de vera fede ».

In conclusione il prete era del parere che il Da Ponte, nel decidere della regalia del telero di Tobia con l’angelo, aveva sbagliato porta. Non era mica detto che un superiore coltivà avesse l’occhio tanto scaltrío da aprezar una bela pitura. Ad ogni modo, se il voto era quello descritto da Jacopo per farghe cambiar strada e locazion, don Antonio gli spalancava la sua parrocchiale; ma patti ciari non avrebbe sborsato mezzo ducato. Gli sarebbe parso di robarlo ai suoi figlioli che pativano la fame.

I due vecchi discorrevano seduti l’uno di fronte all’altro, vicino alle finestrelle aperte sul Brenta dal fondo largo e sassoso; e si passavano ogni tanto lo scaldino tenendolo sulle ginocchia. La montagna di fronte era spoglia e nera come un dirupo.

Mentre Da Ponte ripeteva che il suo voto diventava finalmente perfetto con l’esposizione in chiesa del piccolo telero, don Antonio si schermiva di accettarlo in via del tutto eccezionale. E non vedeva l’ora di chiudere con l’argomento. «Male male! » finiva «vu e la vostra fameja non vivete mica come i osèli!» E dopo aver ripetuto che l’uomo deve guadagnarsi il pan col sudore della fronte, e che qualchedun è chiamato a pagarlo, gli domandava:

«Come vanno gli occhi? ».

«Come vole el Signor.»

«Questo lo savevo anche prima. Ghe vedío?»

«Poco poco. E poi, la voe del mio disturbo deve essere trapelà. I mormora che son orbo. Un pitor orbo xe ‘na malora.»

Tirò un lungo sospiro. Don Antonio ascoltava in silenzio.

«Eppure,» continuava Jacopo sottovoce «mai, me par, piturerei meglio che in questi momenti tribolati, bei colori appena toccà, col fogo dentro. Nessun capisse. El flolo Francesco xe malazzà, patisse de tosse e de fievre. Batista no’ ga talento. Leandro, fioleto, zugàtola. Oh che afar, ‘na fameja de pitori. »

Bei colori appena toccà, col fogo. Un lampizàr grande de mantili e de sede, de piere bianche in mezo ai alberi dalle frasche de veludo; e zo per i prà gualivi, co’ le erbe apena taglià, ombríe novele, acque lustre in mezzo ai sassi; e in alto, nuvole spiumà, nuvole negre e rosae; e po’ el çiel, el çie1.

 

III

Jacopo non se lo ricordava un inverno così dolse, d’aria ciara, la neve che impolverava le montagne e il sole che scaldava gli olivari in costiera a San Pangrazio.

Girava col suo Momoleto per i terrapieni fuori delle mura.

«San Bastian co’ la viola in man» mormorava socchiudendo le palpebre per difendersi dal riverbero; e la mitezza della stagione gli sembrava un presagio favorevole per i suoi occhi secchi e opachi.

Eppure vi erano giorni, e condizioni di luce particolari, in cui riusciva a vedere. Afferrava la mano del fioleto, e in silenzio, per non spaventarlo, allungava decisamente il passo. Camminava esaltato da ciò che gli appariva e cambiava colore di continuo. La polvere copriva il verde e sfumava i profili; ma i campi arati gli sembravano tinti di viola e l’edera sulla muraglia si venava di nero bluastro. Soltanto il çiel, come sempre d’inverno, aveva perso il celeste; ma Jacopo lo vedeva vicino, di un bianco lattiginoso; e quando calava la luce si faceva grigio, e nero di colpo.

«San Valentin la rosa in çima al spin» diceva. Da febbraro alla fine di marzo, Jacopo col Momoleto aveva girato i dintorni della città, attraversato il ponte sul Brenta e poi il bosco del Pretenero. Fuori dal folto delle essenze c’erano gli orti e i broli pieni di alberi in fiore.

«Andèmo» domandava Jacopo «fino alla fornace del Pierin?»

Prima della solennità delle Palme, Jacopo aveva portato a don Antonio il telero del Tobia. Quelli erano stati i giorni in cui nella fantasia del pittore campeggiava l’orbo Tobit, e gli tornava in mente il racconto della Bibbia. Si figurava, un giorno, d’aver fatto una sosta per riposare lungo il muro della fornace, e di essere stato spruzzato in faccia con la calce rovesciata dagli operai nelle buche che bollivano. Inutilmente gli avevano lavato gli occhi con l’acqua gelida del fiume.

Quale viaggio avrebbe inventato per uno dei suoi figli?

Non c’era bisogno di inventare nulla. Qualcuno doveva pur arrivare a Vicenza, per riscuotere il saldo del lunettone coi Rettori ai piedi della Vergine E dopo lunga riflessione sembrava a Jacopo che non vi potesse andare altri che Momoleto.

“Vien qua, caro, che te spiego.”

Forse il ragazzo aveva capito per quale ragione suo padre lo mandava così lontano; ed era uscito di casa senza paura, con la sacchetta tracolla; e lí, sul ponte, incontra Rafaele. Affrancati dalla compagnia si mettono a piedi per la strada; perché Jacopo si era dimenticato di dirlo anche Rafaele era diretto a Vicenza, doveva vedere çerti signori venuti da lontan.

A guardarli di sfuggita, i due giovani sembrano avere la stessa età; ma Rafaele non si rivelava.

“El sia zentil, caro, col mio fioleto. Semo in grandi bisogni, e la riscossion di quei ducati sarà la salvezza della mia famiglia; e mi me sarò tirà via un magon che me pesa!”

Rafaele gli aveva risposto con un sorriso affabile e benigno.

Eccoli sul ponte.

Jacopo faceva ancora gran cenni con le mani, e Rafaele tornava indietro.

“Nella sacchetta da viagio ghe xe da mangiar per tutti e due. Fate le parti da buoni fratelli. E prima de dormire, dixé un’orazione al Signore.”

Che viaggio! Jacopo seguiva i due con la mente. Conosceva la strada da Bassano a Vicenza, con le colline seminate di olivi, le corsie delle vigne, gli orti che rifiorivano.

Salutate le mura e le torri di Marostica, via per Schiavon. Forse il primo dì sarebbero arrivati alla Longa, per dormire sotto il capitélo di San Rocco. Perché, tornata la verta, i due giovani si erano persi via a guardare i osèi che volando sfioravano i pra, risalivano verso gli alberi e cantavano. Le siepi rinverdite mettevano altri fiori. Bei colori, appena toccà. E i due viaggiatori continuavano a parlare, Momoleto sarebbe andato a scuola. Ecco lì, appena spuntata l’alba, Sandrigo; e verso l’ora della marenda, Dueville. Mangiavano seduti sotto l’ombra di un grande albero fiorío.

Momoleto voleva andare all’università, avrebbe fatto il medico.

Così si rompeva il cerchio di una famiglia tutta di pittori: tutti incatigià con le tele e coi colori, a inventar scene da goder e da mirar.

Arrivati a Vicenza ne avevano parlato perfino col nodaro Cogolli, amico di casa; e anche lui era stato dello stesso parere. In una famiglia di quattro òmeni, basta tre che facciano i pittori.

Momoleto e Rafaele firmavano insieme la polizza dei ducati, a saldo del luneton coi Rettori, e ripartivano allegri per Bassano.

Quello che avrebbe fatto il medico aveva detto il nodaro sarebbe stato nominato con gratitudine; perché un vero medico solleva i poveri delle loro piaghe.

Verso sera i due viaggiatori si fermano vicino a un folto di cassie, al guado dell’Astico; e lì, sotto il pelo dell’acqua, sbucato da chissà quali recessi, viene verso loro un luccio dalle squame lucenti. È di un bianco argentato che sfuma nel nero. Nuota placidamente. Momoleto, entrato nell’acqua, lo afferra, lo butta sulla riva e lo squarta. La borsetta del fiele è avvolta in una pezzuola candida. Ecco il momento sospirato. Rafaele dice all’amico: “Benediciamo il Signore. Quando sarai arrivato, bagnerai col fiele gli occhi di tuo padre”.

Arrivano a Bassano. Jacopo ha sentito da lontano la voce del suo piccolo che lo chiama.

E già tutti sono attorno al vecchio, gli fanno sugli occhi i bagni caldissimi, come ha ordinato il dottor Mechinz. Poi, sollevate delicatamente le palpebre, Momoleto lascia cadere sulle pupille del padre qualche goccia di fiele. Bruxa come il fogo. Così, in questa sofferenza, Jacopo aspetta il giorno, solo, pregando il Signore.

Bei colori puri, appena toccà: scarlatti, celesti, bianchi, zali e verdi. Verdi de fiele. Bei colori, l’uno viçin all’altro, col fogo. Mai aveva piturà con quella forza, con tanta semplicità. Sicuro, voria onorarme, ‘sti ultimi anni. E gli pareva che il bruciore sotto le palpebre gli sciogliesse qualcosa, rompesse il velo opaco sulle pupille.

Allora, sollevava un angolo del pannicello che gli copriva gli occhi. L’alba alla finestra era lontana. Soltanto, nel cielo oscuro, gli sembrava di aver visto la stella boara, bianca come una fiamma.

 

 

(da Neri Pozza, La putina greca, Milano, Mondadori, 1972, pp. 171-182)

 

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Ultimo aggiornamento:   02-10-10