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Bassano vuol dire

 

James Henry, In viaggio con la Musa.

 Un viaggio a piedi da Karlsruhe a Bassano illustrato lungo il cammino

"Il viaggio a piedi di un padre con la propria figlia, durante la piacevole stagione estiva, da Karlsruhe, attraverso le Alpi della Svizzera e del Tirolo, alle Giudicarie e al lago di Garda e all’antica città di Bassano sul Brenta; con molte osservazioni naturali, alcune riflessioni sull’arte, sui costumi e i pregiudizi, in parte filosofiche e in parte descrittive, sinceramente delineate lì per lì  secondo l’impressione del momento.

Leggi e valuta bene o lettore, e non criticare troppo aspramente prima di aver fatto tu stesso un simile viaggio e imparato quanto sia difficile vedere la verità, e, ancor più, far sì che un altro la veda."

 

 

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Bassano e dintorni

 

Henry e la figlia Katharine scendono lungo il Canale di Brenta da Primolano. è l'11 agosto 1856. Lo scrittore paventa i pericoli della "caotica", "grezza" Italia, preoccupandosi di rimanere a debita distanza dal luogo (vicino a Carpanè) dove una settimana prima due commercianti di seta erano stati rapinati di trenta zecchini, cavallo, calesse, bagagli e indumenti. Ma ancor prima di arrivare a Cismon la sua attenzione è richiamata da un'apertura nella roccia calcarea: il Covolo del Buttistone.

 

Incavata all’interno di quella rupe c’è una fortezza presidiata, non molto tempo fa, da cinquecento soldati austriaci, e prima da cinquecento soldati del vescovo di Feltre, con le loro munizioni, depositi, spacci, prigioni, pozzi e forni e... cos’altro ancora?

 

Cinquecento soldati sono un'enormità poco plausibile, ma ha ragione Henry (che alla fortezza non sale) quando ipotizza l'esistenza lassù di un luogo di culto cristiano. Passato Cismon, ecco Carpanè:

 

Alle due pranziamo con una zuppa a Carpanè, nella spaziosa e ben gestita locanda Pesavento. Il Brenta separa Carpanè da Valstagna ma un ponte sul Brenta le riunisce; Valstagna ha le sue industrie di tessitura della seta, le sue cartiere, la chiesa, i terrazzamenti di verde tabacco e le grotte di Oliero dalle quali escono, per finire dentro il Brenta, le translucide, verdi, lisce, oleose e silenziose acque del fiume Oliero.

 

E dopo un temporale, passata Pove, finalmente Bassano, invocata come una Musa, da un poeta straniero, con parole altisonanti che mai bassanese ha usato, o userebbe, forse:

 

Antica Bassano, accoglici bene; per porgerti i nostri omaggi abbiamo lasciato indietro una quantità di colli e di valli, di città, di amici e di focolari ospitali; è ora il tuo turno e da come tu ci riceverai e ci intratterrai si deciderà della tua fama. Perché cos’è la fama se non un agile folletto messo al servizio del poeta, per soddisfare la sua richiesta, come Mercurio nei confronti di Giove? Sia essa buona o cattiva non gli importa, il suo piacere è soddisfare la richiesta: portare il messaggio del poeta a nord, a sud, a est, a ovest, su nell’alto dei cieli o giù nel più profondo dell’inferno; e tutti i suoi occhi, le sue orecchie e la sua lingua divengono quelli del poeta ed ogni sua penna equivale a mille ali.

Sii quindi premurosa o Bassano: Giove è onorato per il suo tuono, l’aurea Venere per l’amore del figlio; Marte per la sua lancia; Minerva per la sua Gorgone; e tu, per amore del suo folletto, mostra al poeta a quale onore, ai quattro capi del mondo, possa assurgere il tuo nome, profumato, non di assafetida, ma di rose.

 

Finito l'esordio in pompa magna, ecco la quotidianità provinciale delle strade, dei caffè, della gente bassanese:

 

Passiamo davanti ai signori che si godono il fresco, fuori di Porta Mazzarola, sempre che si possa parlare di fresco in un luogo dove il Reamur sta fisso, tenacemente, sui 24°. Sorseggiano limonata con ghiaccio, seduti a tavolini di marmo a tre gambe, nello spazio antistante alla Caffetteria Italia; oziando senza alcun progetto, languidi, vuoti, tristi, poco invidiabili; molto desiderosi delle novità ma veramente troppo pigri per andarle a cercare.

 

Si entra dentro le mura, quelle non ancora abbattute sul viale dei Martiri, col non ancora demolito Teatro sociale:

 

Tra le mura della città, alte 20 piedi, sulla destra e il teatro sulla sinistra, seguiamo la Contrada delle Grazje, dapprima dritta in avanti; poi, girando a sinistra, scendiamo direttamente nella Piazza Grande; “grande” a Bassano significa, come in qualsiasi luogo, grande in confronto con ciò che è meno grande, e comunque medio se confrontato con ciò che è ancora più grande; li ci informiamo della via e siamo guidati con molte indicazioni — niente istruzioni troppo concise all’inglese — all’Albergo Cappello Nero, in Strada Zudii.1 Qui, accordatici sulle condizioni per l’alloggio con la nostra cortese albergatrice, Giulia Faccini, ceniamo a base di frittata.

 

Il giorno seguente la visita alla città e l'omaggio a qualche suo cittadino illustre del passato e del presente. In primo luogo il pittore Jacopo Dal Ponte:

 

Accanto al ponte, trecento anni fa, viveva Giacomo da Ponte, chiamato “Il Bassano” in quanto miglior pittore di Bassano, “Optimus ille inter Bassanenses;” non una grande gloria, dopo tutto, il Bassano! Viveva accanto al ponte e guardando fuori, di tanto in tanto, verso il fluire del Brenta, ritraeva, da modelli inviatigli da Venezia, il satin ancora risplendente dell’abito indossato dalla moglie del falegname mentre offre il bambino suo, non di suo marito, al tempio. Egli è morto trecento anni fa, se no gli consiglierei di evitare di ritrarre le signore da dietro e di provare audacemente la propria mano coi loro volti.

 

Il secondo ironico fendente è per Alberto Parolini, il naturalista conoscente e amico, che non si fa trovare perché partito per Venezia con tutta la famiglia. Ma, non ostante la stizza, Henry non può resistere alla tentazione di dare un'occhiata al famoso giardino Parolini: 

 

 Guarda però! Il cancello aperto del giardino ci invita; Non entriamo a fare almeno un giretto? Il giardino del Conte è famoso non solo in Lombardia e a Venezia, ma in tutta Europa; se al suo interno c’è soltanto un altro Cedro del Libano simile a quello che sta davanti a noi, non è senza ragione: si chiama infatti “Pinus Parolini”!2 I semi furono portati dal Monte Ida da lui stesso, grandi, grandi pronipoti degli autentici pini che da Troia alla spiaggia di Lavinio dettero origine e salvarono alle foci del Tevere l’uovo nel cui guscio giaceva Roma...

 

L'ulteriore rassegna delle meraviglie botaniche del giardino è l'apice di questa estasi letteraria.

L'indomani sopralluogo alla Biblioteca civica, ospitata nell'ex convento di San Francesco, al cui presidente Baseggio lo scrittore e la figlia devono recapitare una lettera. Ecco la descrizione dell'affresco sulla facciata della chiesa:

 

ecco l’economico portico di S. Francesco, il cui scopo è di servire al tempo stesso sia da vestibolo che da tomba3 sul muro ecco l’affresco del Guariento:4 con quale dignità il Padre sta assiso in alto tra le nuvole! E con quanta pazienza e rassegnazione la Vergine aspetta più in basso! Con quanta bravura, a mani giunte e testa reclinata come un tuffatore, plana su un raggio di luce il bambino, con l’incarnato roseo e fresco fin sotto le unghie!

 

Segue la descrizione del chiostro di accesso al museo. Il presidente Baseggio non c'è. Henry lo incontra a casa di Francesco Ragazzoni, farmacista alla Beata Vergine delle Grazie. L'indomani viaggio in carrozza, col Presidente Baseggio, a Possagno per far visita a Mons. Giambattista Sartori Canova, fratello uterino di Antonio Canova, e per rivedere il tempio, la gipsoteca, la casa natale e la tomba dello scultore: una sorta di laico pellegrinaggio.

Il giorno seguente altro doveroso omaggio alla tomba di Teofilo Folengo a Campese, sempre in compagnia del Baseggio. Campese più che un paese è un cimitero. Vi si scavano tombe per le vittime di un'epidemia. Si rievoca con orrore la figura di Ezzelino e di suo fratello Alberico:

 

Un addetto allo scavo delle tombe, appoggiandosi sulla sua vanga, così rispose alle nostre domande: “Sì, in qualche posto qui intorno bruciarono lui5 e i suoi due figli; le loro anime le ha il Diavolo; prima di ucciderlo gli tagliarono via le palpebre per costringerlo a guardare mentre scorticavano i suoi marmocchi, nipoti di uno che era anche peggio di lui”.

Su quella più che infernale punizione quasi seicento volte il volgere dell’anno aveva fatto passar sopra il suo pesante rullo che tutto oblitera, eppure ancora sentimmo il gelo nelle vene e ci ritraemmo con orrore dai fiotti di sangue e dalle grida ben distinte dello sventurato fratello e dei nipoti del tiranno di Bassano e pregammo che mai più potesse giungere alle nostre orecchie il nome di Ezzelino.

 

Nella chiesa di Santa Croce il parroco guida i visitatori e parla loro di Merlin Cocai, pseudonimo di Teofilo Folengo, il poeta maccheronico.

 

 Così disse e ci guidò per la via, mostrandoci per la prima volta gli antichi corridoi e i cortili del chiostro, tutti sottoposti a secolari trasformazioni; quindi l’antico pozzo prosciugato e l’antica, vuota cantina, spaziosa, arieggiata, col soffitto di pietra; e ancora la cappella di Santa Croce, gelida e umida; e da ultimo, per lasciare buona la bocca, il bianco, marmoreo monumento e il bassorilievo dello strano Folengo, murato separatamente e sotto chiave — ebbene, perché quel sorriso? — non perché troppo ma perché troppo poco santo.

 

Segue la visita alle grotte di Oliero:

 

Remiamo sulle onde silenti e melliflue per entrare nella famosa grotta al lume di una torcia. Non è forse l’Ade? La quiete, le torce, l’oscurità, l’apertura stretta e il vasto spazio all’interno, la barca a remi, il traghettatore, le acque profonde, nere, non sgorganti da nessuna sorgente, che non lasciano intravedere nessuna fontana, l’aria ferma, le tetre, fuggevoli ombre, la volta abbassata in modo compatto, priva di sole e priva di stelle, l’istintivo raccapriccio e la tremenda brama di respirare di nuovo liberamente, di vedere di nuovo la luce.

 

E infine il rientro a Bassano e la conclusione di questo poetico tour da Karlsruhe a Bassano:

 

Passiamo davanti alla Caffetteria all’Italia, salutando e a nostra volta salutati dai fannulloni che, seduti ai tavolini di marmo, sorseggiano i loro sorbetti nel fresco della sera; entrando sotto Porta Mazzarola come la sera del nostro primo arrivo e proseguendo la via lungo le Grazie, ci fermiamo alla quinta o sesta porta sulla sinistra, dove sopra il Farmacista Ragazzoni la beata Vergine monta con particolare attenzione la guardia.

 

(James Henry, In viaggio con la Musa, a c. di F. Favaretti Camposampiero, Libreria editrice Marco Polo, Venezia, 2003)

 

 

Note

 

1 La Contrada Zudii attualmente corrisponde a via Zaccaria Bricito.

 

2 Il nome esatto è Pinus parolinii.

 

3 Il prothyro in stile lombardo venne eretto dalla famiglia Boninsigne a tomba propria e ad ornamento della piazzetta.

 

4 Pittore padovano della prima metà del secolo XIV. L'affresco rappresenta l'Incarnazione del Verbo secondo l'eresia dei Valentiniani (seguaci di Valentino, eretico gnostico del II secolo) i quali sostenevano che Cristo non fosse cresciuto nel seno di Maria, ma sceso in lei a maturarsi come nel mito di Bacco.

 

5 Alberico, fratello di Ezzelino III da Romano, dopo la sconfitta a Cassano d'Adda e la morte di Ezzelino, venne trucidato dai Guelfi che prima lo fecero assistere all'uccisione dei due figlioletti e della giovane moglie.

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Ultimo aggiornamento:  02-10-10