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Mario Rigoni Stern,
Lettera a Jacopo
A Jacopo Dal
Ponte, il pittore che è stato il più illustre cittadino di Bassano del
Grappa, l'asiaghese Mario Rigoni Stern scrive una lunga ed emozionante
lettera in cui gli si rivolge come ad un compaesano, per comunanza di
interessi e sentimenti, ma anche perché il nonno di Jacopo proveniva da
Asiago. Ne riportiamo la parte iniziale.
Caro Jacopo,
ancora una volta sono sceso dalla montagna per
rivedere i tuoi capolavori. Sono ritornato a guardarli con attenzione e
la scorsa notte non ho dormito perché dentro avevo quelle tue pitture
che mi davano da pensare. Cercavo ad occhi chiusi di selezionare le
immagini che non erano di personaggi ma di uomini, donne, ragazzi,
bambini, animali, alberi, casupole, montagne, cieli della nostra terra.
Mi pareva, in quei pastori, contadini, artigiani, osti, di riconoscere
volti ai quali poter dare un nome di stirpe famigliare. In quei paesaggi
ritrovavo il profilo di quella montagna, l’ombra di quel bosco, la luce
di quella radura, le mele di quell’albero. Persino le pecore erano le
nostre di razza “foza” e le vacche le “burline”. Così i cani, i gatti,
le stoviglie, i mobili. Tu, più di ogni altro, hai visto dentro di noi e
dietro il paesaggio. Alla fine della notte ho raccolto un po’
di sonno dentro l’aurora, dopo aver ricevuto la luce
dell’alba dalla finestra. Sopra il monte c’era la tua luce.
Da tanto tempo, Jacopo, ti conosco, un tempo che
non si può misurare, e ti sento fratello maggiore e grande. Avevo dodici
anni quando, un giorno d’aprile, dopo che le strade si erano liberate
dal ghiaccio, con Piero, un compagno di avventure che amava dipingere
paesaggi come a me piaceva leggere Verne e fare pupazzetti con la creta,
scendemmo a Bassano in bicicletta per vedere i tuoi quadri al museo. Ora
Piero non c’è più, è morto durante la guerra e i paesaggi che dipingeva
non li ho più ritrovati.
Forse la nostra discesa a Bassano era solo
un’avventura di ragazzi, o stimolata perché la nostra maestra ci ave va
raccontato di un grande pittore il cui nonno era sceso dalle nostre
montagne. O forse volevamo scoprire qual cosa di diverso, come la
primavera sulle colline dove c’erano gli ulivi, o una città, un fiume.
Timidi e impacciati dopo aver attraversato con ani
trepido il ponte sulla Brenta, posammo la bicicletta cortile del museo e
pagammo l’entrata con i soldi messi da parte settimana dopo settimana
per comperarci una gazzosa. E tu eri là ad aspettarci come in primavera
e in autunno aspettavi i ragazzi dei compaesani pastori durante le
transumanze. Camminando sulla punta delle nostre scarpe chiodate e
intimoriti dal rumore di queste, parlando sottovoce, guardammo le tue
grandi opere e poi i bozzetti in creta del Canova. E cosa potevamo dire?
Restammo a bocca aperta.
Sulla strada del ritorno, invece di risalire per
l’erta Strada della Fratellanza, prendemmo la meno ripida per San
Giacomo di Lusiana e ci fermammo a Santa Caterina dove era parroco don
Sante, il prete che prima era stato cappellano dei ragazzi al nostro
paese. Ci vide bere alla fontana, ci riconobbe e ci offrì pane e
formaggio Dopo ci fece entrare in chiesa per dire una preghiera a san
Cristoforo protettore dei viandanti e anche lì, dietro l’altar maggiore,
vedemmo una tua pittura. «Guarda che bel paesaggio dietro la Madonna»
disse Piero. «Ma quei monti non sono i nostri monti.» Io, invece,
guardavo santa Caterina perché mi pareva una ragazza che conoscevo.
In quel giorno tanto lontano, Jacopo, qualcosa ci
avrai anche detto se dopo, quando un viaggio mi portava in qualche città
d’Italia o d’Europa, sempre mi premuravo di andare nei musei dove sono
le tue opere. Per me era come incontrare il più bravo e il più grande
dei compaesani; c’era sempre qualcosa che mi spingeva a cercarti perché
nelle tue pitture ritrovavo quello che la nostra patria e la nostra
gente aveva di meglio espresso. E non mi sentivo solo nemmeno a San
Pietroburgo.
Tuo nonno, Jacomo de Galio, lo sapevi?, abitava
poco lontano da questa mia casa. Era sceso in pianura perché nel 1447
Sigismondo era venuto quassù con il suo esercito a portare rovina.
L’arciduca pensava di scendere nella pianura vicentina dai Sette Comuni
per sorprendere le milizie venete. All’ostilità della nostra gente aveva
risposto con saccheggi e incendi. Anche la vostra casa in riva al
Ghelpach subì oltraggio e un brutto giorno capitò una squadra di
Lanz-Kenetten a rubare tutte le pelli conciate che erano stese al sole,
quelle che erano nel deposito già pronte per commerciare a Bassano e,
persino, quelle che erano sotto sale nella kéldar. Quando eri ragazzo
tuo nonno ti avrà raccontato anche questa storia ma tu, nelle tue
pitture, hai voluto solo ricordare le pelli al sole davanti alle
casupole. Ti avrà anche detto come siete scesi in pianura per quella
valle stretta e fonda che i nostri antenati avevano dedicato alla dea
Freya: i pastori che scendevano verso i pascoli invernali avevano
caricato sui loro asini anche le vostre masserizie e le borse con il
tannino per la concia, ricavato dagli abeti dei nostri boschi. Anche
questo viaggio tu hai ricordato nei tuoi dipinti.
(Mari Rigoni Stern, Lettera a Jacopo,
in Storie dall’altopiano, Milano, Mondadori, 2003, pp. 1561-1563)


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