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Bassano vuol dire

 


Mario Rigoni Stern, Storia di Tönle

  1. Siamo nella seconda metà dell'Ottocento. Tönle Bintarn, dal 1866 cittadino italiano di una contrada dell'altipiano di Asiago, contrabbandiere, minatore, "eisenponnar" (posatore di binari) ecc. gira in lungo e in largo l'Impero austro-ungarico. Uno dei suoi lavori sarà anche la vendita in tutta l'Europa delle famose immagini  create dalle stamperie Remondini di Bassano del Grappa.   

   Negli anni in cui aveva girato il mondo, prima come ragazzo porta-acqua nelle miniere, poi come eisenponnar sulle strade ferrate in costruzione, o anche da militare, più volte aveva incontrato questi venditori ambulanti piuttosto singolari che nelle fiere o nelle sagre esponevano la loro mercanzia attaccandola a uno spago teso sui muri delle chiese o sotto i portici; e non vendevano cose necessarie da usarsi per un mestiere o per la casa o per la campagna, che so: finimenti per cavalli, chincaglierie, utensili, fibbie, tele, eccetera, bensì fogli di carta con su figure. Immagini di santi e figurazioni che raccontavano storie che tutti potevano capire, anche gli illetterati. Pure lui alla domenica si era fermato per qualche buona ora a guardare quelle figure e a leggere le didascalie, fantasticando sui fatti della Bibbia, o dell’antica Roma, o dei Cavalieri della Tavola Rotonda, o su immagini di città lontane, di costumi e di paesi, di guerre napoleoniche.

 

Camminava pensando a questo e arrivò nella casa che era discosta dal paese, in mezzo a un prato sulla costa del monte. Entrò. Erano in tanti là dentro, maschi e femmine di ogni età; e chi attorno a una grande tavola, chi vicino al fuoco, chi seduto sulla scala che portava al piano di sopra, tutti stavano mangiando polenta e fagioli. Salutò, augurò la buona cena; poi disse chi era e chi cercava. Uno si staccò dal focolare e gli venne incontro. Subito gli sembrò un ragazzo con il viso rotondo e roseo ma i lunghi baffi folti e rossi dimostravano che i suoi vent’anni li aveva.

 

Lo fecero accomodare alla tavola dove una ragazza si era alzata per lasciargli il posto; gli chiesero se aveva cenato. Accettò un sorso di grappa in una chicchera da caffè. Parlarono.

 

Anche qui, come già alla vedova, raccontò la sua storia e di come aveva dovuto lasciare la sua casa per non essere imprigionato. Orlando, così si chiamava il ragazzo coi baffi, accettò di comperargli le stampe secondo quello che riteneva sarebbero state le richieste del mercato, ma, anche, riteneva che non sarebbe stato giusto che dopo un certo periodo di tirocinio si facessero concorrenza sulle stesse piazze. Insomma lui lo avrebbe avviato e che poi si arrangiasse, magari battendo strade parallele e incontrandosi alla sera poiché, non avendo Tönle la licenza di commercio ambulante, doveva risultare alla legge come suo dipendente.

 

La settimana dopo partirono, a piedi. Le scarpe e le gambe le avevano buone, e sulle spalle, legata con una cinghia di cuoio, portavano la cassetta di legno con dentro un centinaio di fogli distesi e divisi per argomento e serie.

 

Erano, quelle stampe iconografiche, gli unici oggetti d’arte che da tre secoli diffondevano le opere dei grandi maestri tra la gente delle campagne e tra i popolani delle città, e nei casolari sparsi per montagne e pianure. I tesini, vecchi ed esperti venditori ambulanti un tempo lontano giravano l’Europa vendendo pietre focaie erano giunti a piazzare stampe remondiniane, quelle delle famose stamperie di Bassano Veneto, in ogni paese del mondo: dalla Scandinavia alle Indie, dalla Siberia al Perù. E ogni popolo e ogni nazione aveva giustamente i suoi gusti e quello che andava bene per i luterani del Nord Europa non era accettato dagli spagnoli; i russi chiedevano visioni di Parigi o di Londra o riproduzioni da Raffaello, i francesi e gli abitanti dei Paesi Bassi episodi delle campagne napoleoniche o paesaggi e costumi caucasici o della Moscovia, gli americani del Sud Madonne della Guadalupa e Giudizi Universali, gli austriaci paesaggi romantici italiani e scene di caccia; ma tutti, poi, avevano i loro santi particolari, e chi voleva san Giuseppe più invecchiato o la Madonna più giovane.

 

In questa maniera i venditori di stampe dovevano conoscere gusti e tradizioni, e proporre gli acquisti ai singoli clienti secondo il sesso e l’età, la fede religiosa, il mestiere esercitato e le passioni. Ma capitava anche che in un casolare sparso della Galizia chiedessero Lo sposalizio della Vergine di Raffaello o una Pietà di Michelangelo (andavano sempre di più dei fiamminghi!), e in città come Vienna o Heidelberg un’oleografia di sant’Antonio abate, quello con il porcello.

 

(Mario Rigoni Stern, Storia di Tönle, in Storie dall’altipiano, Milano, Mondadori, 2003, pp. 18-20)

 

 

 

  1. Siamo nel dicembre del 1917. Dopo Caporetto gli Austroungarici cercano lo sfondamento definitivo e bombardano il già devastato e sfollato altipiano di  Asiago. Il vecchio pastore Tönle Bintarn abbandona la sua casa col ciliegio sul tetto, ormai distrutta, e scende in pianura per andare a morire in un luogo che forse, simbolicamente e idillicamente, rappresenta la pace contrapposta alla guerra: sotto un ulivo piantato secoli prima dai benedettini sulle colline di San Michele di Bassano.

Tönle camminava lentamente per il bosco del Camporossignolo, con passo stanco, incrociando i soldati che salivano in silenzio verso il combattimento e seguendo il lamento delle barelle dei feriti. La sua vecchia cacciatora di fustagno sapeva ancora di sale e di pecora.

 

Lasciò il bosco, la strada, i sentieri e si fermò a passare un’altra notte in uno stabbio nascosto tra citisi e ontani, dentro una forra dove donnole e gatti rinselvatichiti trovavano ricovero.

 

Il rumore del combattimento era un poco scemato ma all’alba lo fece uscire dal torpore un fracasso ininterrotto e di sempre maggiore intensità; si rese conto che tutti i cannoni, anche quelli di grosso calibro appostati sui margini inferiori dell’Altipiano, sparavano a fuoco continuo. Gli ritornò l’immagine di quanto aveva visto attraverso lo strumento dell’osservatorio delle Nisce e si rincantucciò tra lo strame come un’agnella infreddolita, non certo per paura ma per pietà.

 

Durante il giorno, come folate di vento che improvvisamente si scatena, così si accendeva e si affievoliva la battaglia che si placò un poco solamente verso sera.

 

Allora Tònle Bintarn uscì dal suo rifugio e si avviò verso la pianura. Oramai aveva deciso di arrivare in qualche paese ancora abitato, chiedere dei profughi della nostra terra, ritrovare le figlie e i nipoti e aspettare la fine. A un rivolo bevette avidamente e si rinfrescò il viso. Camminò per sentieri molto ripidi, a volte per scendere si teneva ai rami degli alberi o alle radici dei cespugli; passò per i prati lucenti di brina, per gli zappativi induriti dal gelo. Poi l’aria all’improvviso divenne più tiepida, come di primavera.

 

Senza volerlo era giunto in quel luogo singolare ai piedi delle nostre montagne e prima dell’inizio della grande pianura, dove maturano fichi dolcissimi, l’uva zibibbo e crescono gli ulivi.

 

Si sentiva bene ora, non c’erano più rumori di battaglia ma solamente un vento leggero tra i rami degli ulivi. Scendeva la sera e anche la pianura verso il mare si rasserenava: il cielo prendeva il colore dell’acqua marina. Si sedette sotto un ulivo, ricaricò l’orologio senza sapere che le ore trascorse di quel giorno erano quelle di Natale; accese la pipa, si appoggiò al tronco dicendo a voce alta: «Sembra una sera di primavera» e si ricordò quella di tanti anni prima quando dal margine del bosco aspettava che l’ombra della notte facesse svanire il ciliegio sul tetto per rientrare in casa.

 

Il mattino dopo il combattimento si era esaurito come quando un temporale non trova più nubi e saette. I soldati si riposavano esausti sulle posizioni sconvolte e i feriti venivano avviati verso le retrovie. Il tenente Filippo Sacchi doveva recarsi al comando del IX Gruppo alpini dal colonnello Scandolara, per rilevare e riferire dati al comando della divisione 52; pensava anche, nel tragitto, dato che la giornata era bella e calma, d’entrare nell’abbazia di Campese, che era sulla sua strada, per rendere omaggio alla tomba di Teofilo Folengo.

 

Andava così soprappensiero quando nei pressi di San Michele, dove i benedettini secoli addietro avevano piantato quegli ulivi, vide un vecchio appoggiato a un tronco, tranquillo e con la pipa in mano: «Buon giorno!» gli disse. Ma non ebbe risposta. Forse è sordo, pensò, e gli fece un cenno con la mano. Nemmeno al cenno rispose e quando gli fu vicino si accorse che era morto. Si guardò attorno, subito non vide nessuno, poi sentì un passo sulla strada che girava sopra e chiamò. Venne un soldato piuttosto scalcagnato, con elmetto in testa e mantellina a tracolla. «Scendi giù» gli disse il tenente, «dobbiamo fare qualcosa. C’è un vecchio morto.»

(Mari Rigoni Stern, Storia di Tönle, in Storie dall’altopiano, Milano, Mondadori, 2003, pp. 101-103)

 

 

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Ultimo aggiornamento:  02-10-10