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Bassano vuol dire

 

William Stuart Rose, se, Visita a Bassano


William Stuart Rose fu uno scrittore inglese dell'epoca romantica, poeta e traduttore, nato nel 1775, appassionato dei romanzi medievali e amico di Walter Scott. Dopo la pace del 1814  Rose si trasferì all'estero, andò in visita a Roma, Napoli e Sicilia, e successivamente a Costantinopoli. Nel 1817 si stabilì per circa un anno in Veneto. Sposò una signora veneziana, e un risultato di questo soggiorno fu la pubblicazione nel 1819 di due volumi di 'Lettere dal Nord Italia", indirizzate al  Cav. Henry Hallam, una forma adottata, dice la prefazione, perché egli era 'poco abituato alle gravi composizioni letterarie.' L'interesse principale delle lettere sta nel resoconto del cambiamento in peggio prodotto in Italia dalla sostituzione del governo napoleonico con quello austriaco e pontificio. Un altro risultato del soggiorno a Venezia fu la sua maggiore attenzione alla letteratura italiana. Frequentò i salotti veneziani e fu amico di Foscolo. Su sollecitazione di Scott intraprese la traduzione in inglese dell'Orlando furioso, che concluse e pubblicò nel 1831. Morì il 30 aprile 1843.

Questa lettera, scritta a Valdagno, dimostra interesse per il territorio bassanese nei suoi aspetti paesaggistici, naturalistici, geologici e anche socio-economici. L'agricoltura e l'orticoltura sono citate come esempio di una condizione di arretratezza, con l'eccezione, per noi importantissima, della coltura dell'asparago di Bassano,  vista come punta di diamante di un'innovazione nel campo delle tecniche agricole inattesa in un contesto che, a detta dell'autore, è di un secolo indietro rispetto alla prospera Inghilterra.

 

       Valdagno, maggio 1818

            Sono stato spesso sollecitato da un gentiluomo, che fa di Bassano la sua residenza estiva, a visitarlo nei suoi alloggi di campagna, e alla fine ho risposto all’invito in compagnia di una piccola comitiva, con la quale ho lasciato Padova. La strada da qui a Bassano presenta le caratteristiche usuali del paesaggio lombardo, ma sembra che si prepari ad essere imponente quanto più si avvicina alla grande gola delle Alpi tirolesi.

  

Avrei preferito avere alcuni dei nostri conoscenti inglesi con me in questa occasione: intendo alcuni di coloro che fanno eco all’accusa di carenza di ospitalità in Italia, (perché essa non passa per gli stessi canali dell’Inghilterra,) e lamentano il fatto di aver ospitato e nutrito italiani,

 

"Sed contra accipiunt meros amores,

 Seu quid suavius elegantiusve est."1

                                                                                     Catullo

 

Non avendo annunciato la nostra intenzione, il capofamiglia era fuori casa, essendo andato ad accogliere il Viceré austriaco a Verona. Sua sorella, comunque, insistette perché noi restassimo fino al suo ritorno, e nel frattempo, come scoprimmo in seguito, spedì un espresso per informarlo del nostro arrivo. Di conseguenza, egli tornò il giorno successivo.

Ora non c’era nessuna possibilità di andarsene rapidamente; né, a dire il vero, eravamo molto intenzionati a farlo.

La casa dove ci trovavamo aveva sul retro un giardino ampio e gradevole, e sorgeva nel centro di Bassano, una città all’incirca della grandezza di Southampton, e che accoglieva probabilmente 8000 anime. È sulle prime motivo di meraviglia per un inglese, che un ricco proprietario terriero si stabilisca in una città, o comunque in qualcosa che si avvicina ad essa; ma varie ragioni, alcune delle quali ho esposto in una lettera precedente, conducono naturalmente a ciò. Non è il caso di ripetere quanto ho già addotto, non da ultimo la difesa dai ladri, una considerazione che vale, più o meno, in tutta la penisola. Un’altra è l’impossibilità di essere ben riforniti di provviste, eccetto che in luoghi popolati.

 

Sarete indotto a chiedermi se questo non valga allo stesso modo per l’Inghilterra. Io dico no, e illustrerò la differenza con un recente aneddoto. Dopo essermi nutrito di carogne, o piuttosto aver digiunato, per un lungo periodo ad Abano, chiesi al cuoco se mi potesse andare a prendere un pezzo di carne a Padova; egli mi disse che ogni tanto si sarebbe arrischiato, ma che non poteva praticare spesso questo contrabbando, poiché la guardia locale del villaggio, se lo scopriva, gli avrebbe fatto chiudere l’attività. Perché per lo stesso principio per cui il mio amico padovano non poteva avere la carne dalla campagna, io, vivendo in campagna, non potevo avere la carne dalla città, entro i cui confini non mi capitava di trovarmi. La spiegazione di questo era che l’appaltatore della tassa sulla carne di Abano sarebbe stato danneggiato se la carne fosse stata acquistata in qualche altro posto, e sarebbe quindi stata una violazione della legge se il gestore dell’ospizio si fosse approvvigionato altrove per noi, o per gli abitanti in generale. Le conseguenze di questo sistema sono ovvie; ma i suoi più spiacevoli effetti sono confinati ai piccoli villaggi, mentre nelle città la concorrenza assicura l’attenzione verso il cliente.

 

            Ma se la campagna ha i suoi pericoli ed inconvenienti, la città non è esente da quest’ultimi. Facendo il giro dell’edificio del mio amico fui sorpreso di trovare la sua entrata principale sbarrata; sebbene egli spiegasse questo, dicendomi che lo faceva per separare dalla propria famiglia un ufficiale che aveva in uso quella parte della casa. Quando seppi che a Bassano c’era solo uno squadrone di cavalleria, fui alquanto sorpreso dalla notizia; e lo fui ancora di più quando fui informato che l’ufficiale si era impadronito dei suoi alloggi senza un ordine formale del potere civico, che perfino qui li assegna in modo dettagliato, quantunque obbligato grossolanamente ad accondiscendere alla requisizione militare. Il mio amico aggiunse che, facendo parte dell’amministrazione comunale, egli potrebbe effettivamente ottenere un indennizzo, ma in questo caso susciterebbe l’ostilità di un uomo capace di vendicarsi in mille modi, e che probabilmente trasmetterebbe il motivo di ostilità ai suoi successori.

 

Mali come questi, comunque, sono piccoli in confronto con quello che Bassano ha dovuto soffrire durante la guerra. La campagna circostante fu devastata in ogni direzione, e negli ultimi tempi subì la perdita del suo ponte, un danno assai serio, in luoghi dove un fiume non è navigabile. Perché il Brenta,

                                                                       “un fiume

                                               Che verso il vicin mar cheto si move,”

 

in questo luogo scorre impetuoso

 

                                               “gonfio e bianco già di spume,

                                               Per neve sciolta, e per montane piove.”

                                                                                                                                                                                                           Ariosto

 

Questo fiume era una volta attraversato da un bel ponte di Palladio: distrutto da una di quelle piene terribili che queste acque alpine occasionalmente riversano, portando con sé alberi e mucchi di legname che nessuna struttura può trattenere. Il ponte palladiano fu rimpiazzato da un altro in legno, opera di Remondi (sic!),2 che Algarotti, nel suo Saggio sopra l’Architettura, credo, definisce l’Archimede d’Italia. Questo, reputato uno dei più curiosi monumenti della tecnica, era destinato ad essere distrutto da un altro elemento: fu bruciato dal Viceré Eugenio Beauharnois durante la ritirata dall’Italia: un misfatto dal quale si sarebbe senza dubbio astenuto se avesse saputo quanta legittimità gli sarebbe stata accordata dai suoi inseguitori.

 

            Ma è tempo di dire qualcosa sulla città: questa si può ammirare meglio, insieme alla campagna circostante, dalla casa dell’arciprete, che è situata su un’altura , e che un tempo fu la residenza di

“Ezzelino, immanissimo tiranno.”

 

Da questo luogo la vista è mozzafiato; perché ci sono davvero poche città italiane così straordinariamente situate come Bassano, che è costruita su un alto promontorio che si distende in quello che in apparenza una volta era un lago, nel cui letto abbandonato scorre il Brenta, parecchi piedi al di sotto del livello della città.

 

In un caso come questo è impossibile non avanzare un’ipotesi: la più ovvia sembra essere quella che il fiume, avendo forzato la stretta della montagna, abbia, ad un primo aprirsi della gola, espanso le sue acque in un incavo naturale, capace di contenerle, ma che una delle sponde di quest’ultimo, non più in grado di reggere la pressione da dietro, abbia ceduto, e la corrente, irrompendo attraverso l’apertura, abbia fatto defluire l’acqua del lago. Qualcosa del genere sembra aver originato il lago subalpino di Como, e quello d’Iseo, tra Brescia e Bergamo; ma in questi, sia che fosse la discesa meno rapida, o per qualche altra causa, solo l’acqua superflua è debordata, rimanendo il lago ed il fiume emissario dalla parte opposta a quella da cui era entrato. Questo è tutto, per quanto riguarda la mia teoria, che voi potete adottare o distruggere a vostro piacere.

 

Benchè l’aspetto generale di Bassano sia singolare, io non conosco così tanto in dettaglio quello che nell’ arte potrebbe interessare. Ci sono comunque alcuni affreschi di Jacopo da Ponte, noto ai mercanti d’arte sotto il nome di Bassano, essendo questa città, di fatto, il suo luogo natale: L’aspetto più evidente riguardo ad essi (una cosa, comunque, niente affatto rara) è la prova che esibiscono del suo cambiamento di stile; avendo egli iniziato come un imitatore della scuola del Perugino (come si può vedere nella sua Fuga in Egitto, conservata, credo, nel Municipio), ed essendo divenuto originale nell’esercizio della sua arte.

 

Ci sono anche molti calchi del Canova contenuti nel palazzo Rezzonico, con un’iscrizione elogiativa concepita più felicemente del decreto papale che lo allinea con Fidia e Prassitele. Quest’assurda speranza di prescrivere alla posterità non è nuova da parte di Roma; e non sono dimenticati i favori ampiamente profusi da Papa, prelati e popolo sul Cavalier Bernini. Il presagio può essere non proprio lusinghiero per il Marchese d’Ischia.

 

            Non posso fare a meno di tornare un momento agli affreschi, che, vivaci o sbiaditi, adornano così tante città italiane. Io ricordo di averne visto uno sulla facciata di una casa in un villaggio di montagna, che non sarebbe tornato a discredito di Perugino stesso. Non c’è niente che attesti l’antica grandezza di questo popolo, quando “era lui nell’abbondanza”, di queste vestigia d’arte. A questo possono inoltre essere aggiunti i suoi resti architettonici, che sono così frequenti ed io ho contato sei edifici, giustamente chiamati palazzi, nella misera città di Valdagno.

 

Ma per tornare a Bassano: le sue vicinanze sono molto più interessanti della città stessa, o di quanto è in essa contenuto. A cavallo del Brenta, o piuttosto delle sue rive, (perché, come ho detto, qui esso non è navigabile,) si notano dappertutto, benché meno marcate, le caratteristiche del Tirolo. Poche miglia a monte del fiume ci si trova di fronte ad un fenomeno molto strano: questo è l’Oliero, che si precipita in esso alla distanza di circa mezzo miglio dalle proprie sorgenti, con una massa d’acqua tale da trasmettere la propria limpidezza a metà del torbido Brenta, e per un tratto considerevole. Questo fiume, che in realtà nasce da due sorgenti, una molto pittorescamente situata all’interno di una caverna, irrompe con tale copiosità da essere in grado di far sgorgare l’una e l’altra sorgente.

 

            Un fatto (più singolare nelle scienze della natura) è che quantunque le montagne dalla parte occidentale del Brenta contengano trappo3 in ogni parte della loro catena, non se ne trovi per tutto un vasto tratto, credo più di 1000 miglia, ad oriente. Ma io vi sento chiedermi per quanto tempo mi sono occupato di trappo. Rispondo “Non meus hic sermo”. È quello del mio ospite, il quale, vorrei che voi sapeste, è un grande mineralogista, e apprezzato, della fama di Brocchi, che parla della sua collezione di campioni di rocce italiane, come la migliore, sia pubblica che privata, della penisola.

 

Il territorio di Bassano, benché ricco di vedute pittoresche e di meraviglie naturali, è (come forse già ipotizzato) meno fertile delle pianure d’Italia. Un sacco di grano, per esempio, si dice che ne generi poco più di tre, e il granoturco non può essere coltivato. Questa è tuttavia (come in ogni altra parte lungo la penisola) solo una relativa infecondità. Vino e olio, legno, erbaggi e seta sono prodotti in abbondanza, e il tabacco è coltivato con successo, a dispetto delle norme inique del governo (se una tale critica può essere concessa ad un inglese). Riguardo a questo, basta dire che mentre su una riva del Brenta la coltivazione di questa pianta è permessa permanentemente, sull’altra è solo tollerata per tre anni; allo stesso tempo tutto il raccolto deve essere consegnato ad un prezzo fisso al governo. Questo lo invia allo stato grezzo a Venezia, dove viene lavorato e distribuito in altre province: così che un bassanese non può comprare il tabacco della propria coltivazione, il quale è venduto in Friuli e nei suoi territori. Egli deve recarsi a Vicenza, se ne ha necessità. Un’altra pianta che è qui prodotta con singolare perfezione è l’asparago. Vi vedo ridere alla supposizione di un particolare terreno che viene requisito per la coltura di ciò che, direte voi, si può ottenere bene con poca spesa in un terreno artificiale. Eppure, posso assicurarvi, Covent Garden non ha mai prodotto asparagi così deliziosi come quelli di Bassano. Ma la natura del terreno (qualsiasi valore i nostri giardinieri possano attribuire ad essa) è di molto maggiore importanza in Italia che in Inghilterra: perché l’orticoltura, come tutte le arti pratiche, è di un secolo in ritardo in tutta la penisola. Quanto a tutte le verdure coltivate, come i funghi d’allevamento, ad esempio, sono cose di cui non si è mai sentito parlare, accontentandosi usualmente gli italiani di grandi funghi ad ombrello rossi, dei quali ce ne sono due specie, una sana e l’altra velenosa, o di ricorrere unicamente ai campi per le altre specie.

 

Come se, avendoli ereditati, si potesse, senza dubbio, essere ridotti a praticare in luoghi ombreggiati e ben irrigati, (nessun territorio offre tali mezzi d’irrigazione) perfino questi, e molti altri sono imperfettamente conosciuti. È vero che nelle vicinanze delle città popolose di Roma, Venezia ecc. gli sforzi degli abitanti, in qualche modo, assecondano le felici condizioni del clima, e i frutti della terra sono copiosi nella stagione appropriata. Ma questo non avviene dove la fatica non è ugualmente incentivata. Valdagno, per esempio, è frequentata, per quattro mesi all’anno, come Turnbridge è da noi, tuttavia radici ed erbe vi sono così scarsi, come i bulbi in Africa durante la stagione secca.

 

 

(William Stuart Rose, Letters from the North of Italy, vol. II, London, 1819, pp. 186-197)

 

 

1  “ma in cambio ricevono affetto sincero,

     ossia quanto c’è di più dolce e raffinato”

 

2 Si tratta sicuramente di un errore di Stuart Rose, che equivoca sul nome di colui che rifece il ponte dopo l'alluvione del 1748: Bartolomeo Ferracina. L'affermazione di Algarotti a cui l'autore fa riferimento è la seguente: "Di queste tali manifatture ne è il più bello esempio che additare si possa il ponte coperto di legno, che è in Bassano ordinatovi dal Palladio, rifatto a' dì nostri da quello Archimede della Meccanica Bartolomeo Ferracina." (Francesco Algarotti, Saggio sopra l'architettura, Venezia, 1784, p. 34).

 

3 "pietra composta di piccoli grani di natura diversa, cristallizzati confusamente, racchiusi in una pasta, e qualche volta legati ancora tra loro senza alcuna pasta distinta, e senza che vi si veggano cristalli regolari, se pure non fosse di raro ed accidentalmente. Questa definizione avvicina il trappo ai graniti ed ai porfidi, rocce nelle quali talora si trasforma. Volendosi dunque rappresentare un trappo, basterà l'imaginarsi un porfido o anche un granito , le cui parti siano così piccole da potersi appena riconoscere all'occhio." (Scipione Breislack, Introduzione alla geologia, Milano, 1811, p. 270).

 

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Ultimo aggiornamento:   12-05-12