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Bassano vuol dire

 


Giacomo Zanella, Memorie di una gita a Bassano e Possagno

 

Giacomo Zanella percorre questo itinerario da Vicenza fino a Bassano e Possagno insieme con Fedele Lampertico (1833-1906), suo giovane allievo vicentino, che divenne economista e uomo politico,  deputato e senatore del Regno, leader di primo piano del cattolicesimo liberale. I luoghi bassanesi e canoviani, in cui si fondono arte e natura, ispirano sentimenti di commozione e ammirazione che rinnovano il mito neoclassico della Bellezza ideale. La fascinazione è autentica, anche se l'affabulazione rivela pesanti e insistite incursioni nel repertorio poetico di Petrarca, di Leopardi e soprattutto del Foscolo dei Sepolcri e delle Grazie.

Questo poemetto fu scritto nel 1849 e pubblicato, in questa versione,  un'unica volta nell' opuscolo Nell’occasione delle faustissime nozze Piovene-Sartori [...]. Possagno ed il Lario. Epistole dell’Abate G. Z. Vicentino, Padova, Coi Tipi di A. Bianchi, Settembre 1854. Fu poi riproposto nella silloge Versi, Firenze, 1868, ma in una versione, intitolata Possagno, fortemente rimaneggiata, in cui Zanella  sembra ormai essere interessato soltanto a Canova e ai luoghi canoviani, tanto da espungere completamente Bassano e i versi che qui riportiamo. In ogni modo, della versione originaria conserviamo una copia autografa dedicata «A Fedele Giuseppe Lampertico» nella nostra biblioteca civica (ms. 30.C.8.7 )


          a Fedele Giuseppe Lampertico (1849)

Sempre gioconde le populee rive

Mi fùr del Brenta; ma quel cielo azzurro,

Que’ lenti clivi e l’orrida montagna,

Donde sonando si divalla il fiume

Ad innaffiar giardini e di operose

Mille officine a volgere le rote,

Agli occhi miei spettacolo più vago

Mai non offrir che quando, o dolce Amico,

Teco mirarli mi fu dato. Amore,

Che di te dolcemente mi ragiona

Da’ tuoi primi anni, d’inusata luce

Bassano al guardo mi vestia, Bassano

Di poeti nutrice e di pittori.

 

Dai tarlati volumi e dal noioso

De’ retori clamor l’ingenuo senso

Mal si apprende del Bello, o mio Fedele.

Nel vasto grembo di natura, all’ombra

Di vetusta foresta, o lungo un rio

Per erma valle mormorante ei posa

Cinto di arcane tenebre; e lampeggia

In tele, in marmi all’anime gentili.

Perocché lieve la celeste Idea,

Siccome sogno che al mattin si obblia,

Dilegua inavvertita, ove alle menti

Non rida adorna di corporee forme.

Giusto fu dunque il bel desio, che noi

Fervidi amanti di Beltade addusse

A visitar Possagno e le ridenti

Ville dell’alpe seminate al piede;

Ove gioie sì candide gustammo,

Che ancor l’innamorata alma le sente.

 

Come ospite cortese in sulla soglia

Fassi giulivo a vecchi amici incontro,

Dietro il gran ponte in sul cammin primiera

Stava ad accòrci la gentil Bassano.

O delle Grazie e delle Muse albergo,

Avventurosa terra! E chi mai vide

La letizia de’ tuoi limpidi soli,

E la quïete che il ceruleo vespro

Spande sui colli e sulle vecchie torri,

Onde il fianco hai munito, e non intese

Söavissimi fremiti nel core?

Oh, son pur vaghe le tue notti! Ed io,

De’ montanini zefiri allo spiro

Lungo il Brenta movendo, arcani suoni

Uscir da’ salci udia: di Vittorelli

Era la lira, che alla bianca luna

Ripetea l’inno ed alla notte azzurra.1

 

Bella Bassano! E di perpetuo serto

Andrai superba; ché in età di leve

E di argani sol vaga, alle arti apristi

Splendido ostello e de’ tuoi figli al nome.

Stupor mi prese e riverenza al core,

Quando in attiche sale accolte io vidi

De’ tuoi Da-ponte le parlanti tele;

Quando infinite mi ferir lo sguardo

Fantasie di natura, e stalattiti

E cristalli e piriti e rocce e lave,

Di secolo canuto ultimi avanzi;

E fronde io scorsi e chiocciole e conchiglie

Già rivestite del rigor del sasso,

E vertebre di pesci: inclite spoglie,

Che alle convalli subalpine, ai gioghi

Del ventoso Apennin Brocchi rapiva,

Dell’itala Sofia Brocchi sospiro.

Ahi sventurato! E mentre in sulle porte

Dell’oscuro deserto alla Natura,

Che ti fuggiva innanzi, il fluttüante

Velo afferravi, degl’immiti soli

Tu vittima cadevi, e co’ natanti

Occhi il bel cielo di Bassan cercavi.2

 

E chi non lo ama, ancor che nato altrove,

Questo d’Italia bella angol ridente?

Per monti e valli, quanti il sol ne scalda

Dall’Ecla ardente al Caucaso nevoso,

Concittadino amor erra, e di piante

E di fior fa tesoro ad ingemmarne

Botanico giardin. Mille al pensiero

D’ignoti mondi immagini ridenti

Mi balenaro, allor che sul mio capo

Stormir l’arbore udia, che sul meriggio

Protegge al nudo Americano i sonni;

E mandar puri incensi alle mie nari

Sentiva il fior, che all’indiche fanciulle

Suol cingere la chioma, o co’ pomposi

Petali rallegrar gli ermi dirupi

Dell’Imalaia e della Plata il margo.3

 

O corsi tempi! o delle sorti umane

Tenebrosa vicenda! E qui nel riso

Di questo cielo, in mezzo ai fiori impressa

Di efferata tirannide sta l’orma,

Che di foschi pensier l’alma contrista.

Vedi, Fedel, quel colle e quell’antica

Cadente torre di ellera vestita?

Ivi è Romano, la cantata rocca

Del temuto Ezzelin. Da quegli spaldi,

Come iena dal covo insanguinato,

Le pupille ei torcea sulla pianura

Sottoposta, e calava orrido di armi

Alle pugne; e nel sangue e nelle fiamme

Gli occhi figgeva orribilmente allegri.

È fama ancor, che quando a mezza notte

Escon gli spirti, e pallida la luna

Fra le nubi vïaggia, un suon di brandi,

E di tube un clangor la sconsolata

Solitudine introni; a cui si mesce

Delle rapite vergini il lamento

Fra l’ulular delle accorrenti madri,

E de’ trafitti giovanetti il pianto.4

 

Fuggiam, fuggiam l’abbominanda terra,

Candido Amico. Il raggio mattutino,

Che i casolari imporpora pendenti

Dall’eretta montagna, e desta al canto

La cingallegra, al bel cammin ne invita.

Mira qua e là per la verzura immensa

Sparse le ville biancheggiar; e Borso

E sant’Ilaria, e quel, che l’arduo ponte

Sulle rupi curvò, Crespan solingo,

Che fra scuri burroni e valli orrende

Elegante tempietto apre a Maria

Guardìana dell’alpe; e di bei soli,

E di limpide fonti e di quïete

Il Pio conforta, che il materno grembo

Coll’italico Fidia ebbe comune.

 

…………………………

 

 

(Giacomo Zanella, Poesie rifiutate disperse postume inedite, Vicenza, Neri Pozza editore, 1991, pp. 124-128)

 

 

1 Il riferimento è alla celebre poesia Guarda che bianca luna, che è una delle Anacreontiche a Irene del poeta bassanese Jacopo Vittorelli.

2 La citazione è per il Museo di Bassano, che raccoglie le tele dei Da Ponte e le collezioni naturalistiche di Giovanni Battista Brocchi e di Alberto Parolini.

3 Il giardino botanico Parolini  con le sue piante esotiche e rare.

4 Il castello degli Ezzelini, sul Colle di Santa Maria, che ricorda le gesta efferate di cui si rese responsabile, nella fantasia popolare, Ezzelino III da Romano detto il tiranno.

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Ultimo aggiornamento:   02-10-10